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giovedì, 04 settembre 2008

Ugo Spirito

da

Significato del nostro tempo

Estratto riassuntivo de’

 

La crisi della civiltà

pp. 5-16

 

E’ la crisi che stiamo attraversando una crisi metafisica?

È chiaro che una risposta perentoria non è possibile, per il fatto stesso di essere al centro della crisi e di mancare, quindi, di quella prospettiva che è necessaria a un effettivo giudizio storico. Tuttavia l’analisi delle manifestazioni grandi e piccole della vita di oggi non può non far ritenere probabile una risposta affermativa. Basta confrontare l’atmosfera spirituale dopo la prima guerra mondiale con quella determinatasi nell’attuale dopoguerra per convincersi che una trasformazione radicale si è venuta compiendo nelle coscienze nella prima metà del nostro secolo.

La corrosione progressiva delle ideologie e delle fedi è giunta a un punto tale che ormai i valori e i disvalori si confondono e si scambiano continuamente, senza che sia possibile un qualsiasi accordo fondamentale circa i criteri di giudizio. Fedeltà e tradimento, eroismo e viltà, moralità e immoralità, lecito e illecito sono diventati termini indefiniti, il cui contenuto è dato a volta a volta dalla passione di chi li adopera per offendere o difendere. E quando la passione manca, l’insensibilità e l’indifferenza caratterizzano l’animo dei più, anche di fronte alle manifestazioni più aberranti e mostruose.

Né questa situazione spirituale si limita ormai a una ristretta cerchia di individui logorati da un intellettualismo ad oltranza o anche a una classe sociale da considerarsi al tramonto, ché anzi la caratteristica più importante del fenomeno è data proprio dal rapidissimo generalizzarsi di uno stesso stato d’animo e dal suo estendersi progressivo alle masse, improvvisamente pervase da un senso radicale di incredulità. Nulla più appare tanto luminoso da destare l’ammirazione e l’entusiasmo generali, nulla appare tanto infame da determinare una reazione incontenibile di orrore. Tutto scorre in superficie e gli animi si abituano al livellamento uniforme dei giudizi e dei sentimenti.

Queste considerazioni valgono naturalmente per tutta la società di oggi, e in modo particolare per le nuove generazioni, in cui la forza della tradizione è meno profonda e in cui l’abitudine a certi modi di pensare e di agire non ha avuto modo di formarsi. Se i genitori continuano ad ammonire i figli, non lo fanno più con la convinzione e l’intransigenza di una volta, ma soltanto con il senso di disagio che procurano loro i nuovi modi di vita ai quali non riescono completamente ad adeguarsi. Per il resto anch’essi accettano il mutamento, giungendo fino a reprimere in sé ogni moto di reazione e di insofferenza. La loro fede è sopraffatta dalla preoccupazione di non capire e di sacrificare inutilmente i propri figli. Il tarlo del dubbio trascina la vecchia generazione sul piano della nuova e ogni capacità di resistenza è frenata dal ritmo vertiginoso della trasformazione.

Il ritmo della trasformazione spirituale, infatti, ha assunto una velocità senza precedenti, secondato e anche determinato dal ritmo di trasformazione di una tecnica, di cui uno dei fini fondamentali è appunto la velocità. Alla velocità del tempo fa riscontro la velocità nello spazio, e, mentre continuiamo a vedere le barriere che dividono gli Stati e ne ostacolano i rapporti, ci accorgiamo che non valgono barriere di sorta a evitare il determinarsi di un’atmosfera spirituale sempre più comune ai popoli delle più diverse razze e tradizioni. Cadono i miti, che servono a distinguere, e si affermano dappertutto i sentimenti immediati generati dai nuovi modi di vita e dai nuovi mezzi tecnici.

Il carattere più grave di questa situazione è dato dalla consapevolezza che le stesse masse hanno raggiunto della crisi e dallo stato d’animo che tale consapevolezza accompagna. È una generazione che fa una diagnosi spietata di se stessa e si inibisce sostanzialmente una vera speranza del domani. Non crede e non pensa più di poter credere. È una rassegnazione che si esprime nella rinuncia all’avvenire e nel così detto vivere alla giornata, vale a dire nell’immediatezza spaziale e temporale, nel frammento di vita. Né a questo tono spirituale si sottrae la gioventù, ché anzi è proprio essa a spingere agli estremi la logica di un presente sottratto al vincolo con l’avvenire. È una gioventù che non sa più cantare, perché proprio nell’età che esprime gli ideali e i sogni più puri, ideali e sogni si convertono nel brutale calcolo degli elementi della più piatta realtà. Non esiste più la poesia del sabato perché non si attende nessuna domenica..

Il che si riconosce più o meno da tutti, quando si osserva che i giovani di oggi sono vecchi. Della vecchiaia essi hanno la caratteristica dello scetticismo, ma di uno scetticismo ben più amaro, in quanto non velato dalla dolcezza dei ricordi né dall’aspettazione del mondo dell’al di là.

 

*  *  *

 

La fine del positivismo ha segnato l’inizio della crisi attuale che è crisi di tutto il pensiero moderno. Il quale, nella sua esigenza fondamentale, rappresenta appunto la pretesa dell’uomo di poter cogliere e garantire la verità con le proprie forze e cioè con la ragione e con l’esperienza. Non più verità trascendente e rivelata, ma immanente al processo del pensiero umano, che continuamente la conquista e la dimostra. La storia del pensiero moderno è la storia di una verità che l’uomo rivela a se stesso, assumendone direttamente la responsabilità ed il merito; è la storia del mondo fatto dall’uomo, che succede alla storia del mondo fatto da Dio.

Era la scienza che aveva dato l’illusione del massimo di verità obiettiva e quando l’illusione cadde fu proprio il concetto di obiettività a entrare in crisi e a fare entrare in crisi tutto il pensiero moderno. C’è qualcosa di veramente e assolutamente oggettivo nella nostra conoscenza della realtà? Questa è la domanda che caratterizza ormai tutto il pensiero contemporaneo, creando e moltiplicando in esso un groviglio di antinomie sempre più evidenti. E la risposta è per lo più negativa e indeterminata, sì che a poco a poco tutti gli indirizzi della speculazione di questi ultimi decenni possono riportarsi a un denominatore comune, rappresentato appunto dalla mancanza di assolutezza e obiettività. Tutto diventa relativo, e il relativismo investe ogni concezione filosofica e dalla filosofia si estende alla cultura e alla vita spirituale in genere, per raggiungere, come già il positivismo, la coscienza delle masse.

 

* * *

 

La breve analisi compiuta dei caratteri della crisi è sufficiente per autorizzare l’opinione di chi riconosce in essa una crisi metafisica, tale da investire il mondo moderno nei suoi presupposti fondamentali. E se è così, diventa vano sperare che essa possa superarsi senza una nuova metafisica in cui trovare le fondamenta per la costruzione della civiltà di domani. Ma quali previsioni possono farsi per l’avvenire? Quali indizi di una nuova fede si intravedono? Quali speranze possono concepirsi circa la fine della crisi?

Il peggio è che il periodo di transizione è aggravato e prolungato dalla convinzione che va rapidamente generalizzandosi, specialmente nel campo degli studi più propriamente speculativi, della possibilità e anzi della necessità di rinunciare a ogni pretesa di carattere metafisico. Non soltanto, quindi, non si vuol riconoscere alla crisi una ragione metafisica, ma si ritiene addirittura ozioso e aberrante continuare a porsi il problema della metafisica, giudicato anacronistico ed inconsistente. La metafisica è diventata sinonimo di teologia intesa in senso deteriore e quindi identificata con la mitologia. Insistere nel rivendicare la sua esigenza significa perciò soltanto continuare una tradizione medievale e scolastica, in constrasto irriducibile col pensiero moderno. Antimetafisica diventa sinonimo di laicismo, e in nome della libertà che questa implica si torna all’ideale della verità scientifica. La rinuncia alla metafisica significa niente altro che rinuncia alla vita consapevole e cioè all’unità o alla coerenza del pensiero e dell’azione.

 

 

 

 

Postato da: fraterPetrus a 19:59 | link | commenti (6)

venerdì, 29 agosto 2008

Di P. Danilo Scomparin

RIVISITIAMO MARTA, MARIA E LAZAROS

 

In ambito cristiano, come vedremo, non c’è nessuna contrapposizione tra azione e contemplazione. Importante è aver chiaro in mente il valore di un uomo contemplativo: tiene in piedi il mondo. Intanto sappiamo che la meditazione è l’unica cosa necessaria; l’ha detto il divino Maestro a Marta e a Maria, e si tratta di “ipsissima verba Domini”, su cui non si deve fare esegesi o commenti. Leggiamo letteralmente il passo di Luca 10, 38-42: “In poi l’andare essi, egli entrò in un tale villaggio; ora una donna tale di nome Marta accolse lui (altri mss.: in casa sua).(1) E a questa era una sorella chiamata Maria, che essendosi seduta presso i piedi del Signore ascoltava la parola di Lui (oppure: dell’Ardente = Gesù pieno di Spirito santo).

Invece Marta era occupata per il molto servizio (diaconia).(2) Essendo venuta allora disse: Signore, non importa a te che la sorella di me sola me lasci a servire? Di’ dunque a lei che a me venga in aiuto. Rispondendo allora disse a lei il Signore: Marta, Marta, ti preoccupi e ti agiti intorno a molte cose, una (sola) ma è necessaria [altri mss.: ti preoccupi di troppe cose, mentre di poche c’è bisogno, anzi una sola]: Maria infatti la buona parte (3) ha scelto che non sarà tolta a lei’’.
Sul passo lucano ci sono state diverse interpretazioni; qualcuno ha scorto qui la superiorità della contemplazione sull’azione, ciò non ci sta bene, non è del tutto esatto; altri suggeriscono di essere contemplativi nell’azione o attivi nella contemplazione. È un non-senso, in quanto l’azione (leggi: pratica, esercizio) è tutto ciò che precede la contemplazione. Ciò che Luca vuole dire è che la Parola di Gesù (il Cristo-Verbo) ha la precedenza su tutte le preoccupazioni temporali. Contemplare significa quindi ascoltare la Parola detta da Gesù che chiama alla fede e all’impegno nella via spirituale. Ma noi uomini di poca fede ci diamo subito agli impegni temporali e dopo qualche giorno d’impegno ci accorgiamo di non aver più fede perché non abbiamo più ascoltato la Parola di Gesù. (4)

Mettiamoci, dunque, subito in meditazione per avere un incontro costante con il Signore. Alla fin fine, al di là di ogni esegesi erudita, cosa voleva il Signore da quelle due sorelle? “Sono qui, rimanete qui, ascoltate me!”. Ma state accoccolate ai miei piedi altrimenti il divino “pneuma” o “prana” che esce dalla mia bocca vi farà stramazzare a terra in quanto la vostra anima non è ancora risvegliata. È soltanto l’ascolto costante della mia parola che vi può risvegliare.
E qui si deve aggiungere il miracolo operato sul loro fratello Lazzaro (“lazaros” = morto) (cfr. Gv 11, 1-16) che intendiamo come il risveglio dell’anima, mediante le lacrime di Gesù, cioè il divino pianto o pioggia divina. In Gv 12, 1-3, vediamo non un banchetto, e neppure una cena, ma la Cena, celebrata sei (numero indicativo!) giorni prima della pasqua (Pas-sca = pane spezzato) dei Giudei, nella quale Lazzaro, o chi per lui, fu ammesso alla partecipazione eucaristica, dopo che la sua anima era stata risvegliata.  Che se poi sia stato anche risuscitato dalla morte corporale ci sta ancora bene in quanto presumiamo che Gesù l’abbia fatto risuscitare affinché si potesse nutrire dell’Eucarestia e così la sua anima divinizzata dal Pane di Vita potesse poi volare più speditamente verso il Regno di Dio. Certamente ciò che Gesù ha compiuto non lo ha fatto per sentimentalismo o per consolare le due sorelle. Si noti che il termine greco “deipnon” indica soltanto la “Cena del Signore” nella terminologia paolina e precisamente “lo spezzare il Pane, doppiamente lievitato dal Soffio dello Spirito”.

Tornando alle due sorelle, Gesù voleva far capire a Marta e Maria che soltanto Dio può dirsi veramente necessario al cristiano che deve abbandonarsi a Lui “come i passeri dell’aria e come i gigli dei campi”. Ma in questo testo sacro, anzi divinamente ispirato, c’è un enigma che ognuno dovrà sciogliere da sé, noi ci proveremo. Esotericamente parlando, Marta e Maria sono due sfaccettature dell’anima che coglie o non coglie l’unica cosa necessaria: la vita interiore per la vita interiore senza altra finalità! Questo e soltanto questo Gesù è venuto a dire prima ai Giudei e tramite Marta e Maria a tutti noi.

In senso positivo, Maria-anima rimane accoccolata ai piedi del Divino Maestro, in adorante ascolto, e per non rimanere travolta dal “prana” che esce, con la Parola, dalla Bocca divina. (Si rammenti Eliseo accoccolato ai piedi di Elia: “traditio, receptio, initiatio”). Marta-anima è invece ancora alla ricerca di esercizi spirituali, di tecniche iniziatiche, meditative o ascetiche e rappresenta la vecchia Legge, la vecchia “economia divina” o il vecchio rito per il risveglio dell’anima, tipico dell’Uomo del settimo giorno della creazione (il sacerdozio/diaconato della Parola), che è pur sempre un eletto, ma che ha terminato la sua missione. Se la nostra ardita ipotesi è corretta, esotericamente, Marta potrebbe indicare la Madre (= sinagoga) che in troppe faccende affaccendata opera inutilmente; Maria, invece, indica la Madre (= chiesa) che ascolta pienamente la Grande Voce (“Ia”). (5)

Infatti, la nostra Maria stava ascoltando la Parola (“logos” nel testo greco). Cosa, dunque credere? Come sotto i veli del Pane e del Vino consacrati dal Sacerdote (l’Uomo dell’ottavo giorno della Creazione), l’iniziato cristiano sa di venir nutrito dal Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù il Cristo, così sotto le specie della Sacra Scrittura l’iniziato cristiano sa di essere raggiunto e nutrito alla stessa Parola di Dio fatta carne. Mistero tremendo ed ineffabile!

 

Note

 

(1) Il greco sacro “oikia” non indica la dimora, bensì la Chiesa, oppure, esotericamente, la cella interiore del proprio cuore. E si tenga presente, una volta per tutte, che gli agiografi mentre fanno cronaca sottendono sempre e solo un discorso teologico e spirituale.

(2) Il greco sacro “diakonia” indica prestare servizio nel tempio o un ministero nella Chiesa. Marta non era affatto affaccendata nelle faccende domestiche, bensì in quelle apparentemente più elevate della Chiesa-comunità. Come non ricordare le fantasie letterarie dei predicatori di un tempo sul tipo: Gesù era così stanco e affaticato che Marta si preoccupò subito di rifocillarlo. E così di un testo sacro ne facciamo un trattato di buona educazione! Che poi Marta abbia preparato qualcosa da mangiare è probabile. 

(3) La buona parte di che cosa? Crediamo che la risposta si trovi nel capitolo seguente (Lc 11, 1 ss.) dove Gesù insegna a pregare ai suoi discepoli. Ma anche qui bisogna fare attenzione a come si legge il testo sacro; una possibile lettura è: “Padre nostro che sei sulle nostre bocche dacci il pane doppiamente lievitato dal soffio dello Spirito…”, diventando una richiesta dell’eucarestia e non del cibo materiale e così si può meglio intendere perché la Preghiera del Signore, cioè il Padre Nostro, sia stata messa a quel punto della liturgia. Chi non ricorda le omelie di un tempo sulla bontà del Padre perché ci dona il pane quotidiano? E perché non dovrebbe essere doppiamente buono dandoci il cibo divino? È ora che noi sacerdoti cambiamo stile nelle nostre omelie cominciando a prepararle col testo greco davanti. (Mistero nel mistero: il pane (artos) sovra-sostanziale, è lo stesso cibo divino che si trovava presso la Tavola Rotonda nel più alto dei Cieli, quando il Cristo transtorico, prima di scendere in Terra, celebrava l’eucaristia).

(4) Un’ora al giorno di studio-meditazione-preghiera sarebbe troppo poco per chi intende prepararsi e maturarsi per un apostolato duraturo ed efficace come lo vuole il Divino Maestro. È un mondo segreto ed un complesso di idee profonde, che vanno scoperte faticosamente ed esigono ore di studio-meditazione-preghiera. In un momento in cui la secolarizzazione procede irreversibilmente, la vita cristiana si essenzializza e gli aiuti dall’esterno (regole-pratiche-strutture) crollano, se la vita dei cristiani e dei sacerdoti non è tenuta su dal di dentro da ideali-valori, è la rovina. Abbiamo usato la formula: studio-meditazione-preghiera intenzionalmente: cioè dev’essere uno studio che termina in meditazione: meditazione che termina in preghiera: preghiera che termina in valore=contemplazione=apostolato. Così insegna il padre domenicano Reginald Garrigou-Lagrange, il massimo interprete di Tommaso d’Aquino e di San Giovanni della Croce, conosciuto e citato dai “brahamani” dell’India.

(5) “IA”, oltre a grande voce, oltre a voce celeste, indica anche iniziazione trascendente con segreto iniziatico. MA. R. IA indica probabilmente: colei che, totalmente, ascolta la Grande Voce, e questa è Gesù, Grande Voce del Padre.

Postato da: fraterPetrus a 17:13 | link | commenti (16)

martedì, 19 agosto 2008

Caratterologia

 

Estratto da uno dei più celebri compendi di Teologia Ascetica – Mistica

Adolfo Tanquerey (1854 – 1932).

 

 

Temperamento e carattere

 

Due vocaboli che spesso si confondono.

Il temperamento è il complesso di tutte le profonde tendenze derivanti dalla costituzione fisiologica della persona.

Il carattere concerne,invece, tutte le disposizioni psicologiche risultanti dal temperamento modificato dall’educazione e dagli sforzi della volontà e fissato dall’abitudine.

 

Giova maggiormente studiare i caratteri piuttosto che i temperamenti poiché sotto l’aspetto spirituale, il temperamento del corpo conta assai meno che il carattere dell’anima. Lo studio procede come segue:

 

1)      I fondamenti della nostra divisione;

2)      I vari caratteri che si possono distinguere rispetto alle tre grandi facoltà dell’uomo.

 

 

1° Fondamenti della divisione dei caratteri

 

  1. Per specificare le principali tendenze onde sorge la diversità dei caratteri, il più sodo fondamento è di attenersi all’ordine delle diverse facoltà dell’uomo. Tralasciando la vita vegetativa, che qui ha poca importanza, vedremo quali sono i principali caratteri rispetto alla sensibilità, rispetto alle facoltà spirituali, e rispetto alla vita di relazione.

 

Rispetto alla sensibilità

Apatici: indolenti, energetici.

Affettivi: emotivi, passionati.

 

Rispetto alle facoltà spirituali

Cerebrali: speculativi puri, Intellettuali passionati.

Volontari: padroni di sé, padroni degli altri.

 

Rispetto alla vita di relazione

Timidi o riservati.

Attivi: irrequieti, uomini d’azione.

 

  1. Prima di continuare, ecco alcune osservazioni preliminari:

 

a)      I caratteri che stiamo per descrivere non si trovano allo stato puro: sono ordinariamente mescolati e in gradi assai vari. Così gli apatici non sono puramente apatici ma hanno una certa dose di sensibilità, vengono però indicati da ciò che domina in loro. Vi sono poi molti gradi così nell’apatia come nella sensibilità, che la sola osservazione propria potrà rilevare.

b)      Inoltre ogni persona particolare dev’essere esaminata sotto il triplice aspetto da noi indicato. Così un apatico può essere cerebrale o volontario, come un cerebrale può essere attivo o indolente. Bisogna quindi saper considerare tutti questi vari aspetti e poi farne la sintesi.

c)      I quadri qui tracciati anziché quadri rigidi sono indici onde il direttore possa osservar meglio ogni penitente e studiarne le particolarità: solo adagio, con una serie di benevole osservazioni, si riesce a conoscere il carattere d’una persona.

d)      E poi non si dimentichi che alla conoscenza di sé e degli altri si richiedono i lumi dello Spirito Santo frequentemente e fervidamente invocati.

 

2° I vari caratteri rispetto alla sensibilità

 

Tutti siamo dotati di sensibilità, ma ci sono quelli che ne hanno così poca che sono detti apatici, altri invece la possiedono in alto grado e sono gli affettivi.

 

  1. Gli apatici si distinguono per una depressione anormale della sensibilità e del sentimento; hanno pochi desideri, poco ardore, poca passione. Se ne possono fare due categorie: gli indolenti e gli energetici.

a)      Gli indolenti hanno andatura lenta e goffa. Sono egoisti ma non cattivi, incuranti, senza gran bisogno d’amare o d’essere amati. Hanno d’ordinario retto il giudizio, appunto perché non sono appassionati. Il lavoro attivo li attira poco; piegandosi al lavoro,riescono meglio in lavori di pazienza che in quelli di immaginazione e di sentimento. Sotto l’aspetto spirituale, non si sentono tratti ad alta virtù, ma non hanno neppure violenti passioni. Virtuosi finché non ci sia da lottare contro gravi tentazioni, non sanno resistere gran fatto alle occasioni pericolose che si presentano, né correggersi quando sciaguratamente abbiano contratto abiti viziosi. Accettano la direzione che viene loro data, a patto che non se ne richieda alta perfezione e non si stimolino troppo a andare avanti. Non tra costoro si possono trovare le vocazioni religiose o sacerdotali; non sono fatti che per le professioni tranquille, poco faticose, compatibili cogli onesti e moderati piaceri.

b)      Gli apatici – energici , benché lenti e pesanti, sono applicati al lavoro, costanti e metodici negli sforzi, e a furia di paziente lavoro, arrivano a grandi risultati. Sotto l’aspetto intellettuale, hanno poca immaginazione e poco brio, ma riescono in lavori seri che esigano riflessione, pazienza, lunghe e metodiche investigazioni. Sotto l’aspetto morale, non hanno grande ardore ma operano per convinzione, con instancabile costanza, onde sono capaci di alta virtù. Se ne può quindi trarre buon partito per lo stato sacerdotale o religioso, inculcando loro profonde convinzioni, l’amore del dovere per Dio, ed esigendo sforzi metodici e costanti verso la perfezione.

 

  1. Gli affettivi invece hanno per carattere il predominio della sensibilità: sentono vivo il bisogno di amare e di essere amati,in loro è signore il cuore. Se ne possono distinguere due tipi principali: gli emotivi e gli appassionati.

a)      Gli emotivi o sanguigni hanno, all’esterno, movimenti svelti e graziosi, sorriso amabile, fisionomia aperta; amano le belle arti, la musica, la danza, Ciò che interiormente li distingue è la leggerezza e una grande instabilità: si abbandonano facilmente alle più varie emozioni, operano sotto l’impressione del momento e sono quindi incostanti. Dotati di viva immaginazione e di cuore ardente, riescono nei lavori letterari, maneggiano la parola con facilità ed esercitano sulle persone che li avvicinano una specie di seduzione. Sotto l’aspetto morale, si lasciano facilmente andare ai sensuali diletti, alla ghiottoneria e alla voluttà; ma si pentono presto e sinceramente delle loro colpe, ricadendovi per altro alla prima occasione. Buoni e amorevoli, si affezionano a chi li ama, sono franchi ed aperti in confessione e in direzione, si lasciano persuadere facilmente e prendono buone risoluzioni che poi presto dimenticano. Per la via del cuore bisogna prenderli e darli a Dio. Se si riesce a fare che amino ardentemente Nostro Signore, se non può trarre buon partito: faranno per amore molti sacrifici che a principio pareva ripugnassero alla loro natura ; per amore s’applicheranno all’orazione, alla comunione frequente, alla visita al SS. Sacramento, alle opere di zelo. Ma bisognerà ammaestrarli ad amare Dio così nell’aridità e nel dolore come nella consolazione. A poco a poco le loro emozioni, con l’opera della riflessione e della grazia, si trasformano in convinzioni; e pur conservando lo slancio, si fanno più assidui e costanti negli sforzi. Ove non riesca a infonder loro questa energia e questa costanza, non si può animarli a scegliere uno stato di vita che, come il sacerdozio, esige una soda virtù.

b)      I passionati, in cui dominano passioni ardenti e profonde, posso ridursi a tre diversi tipi: i malinconici, gli irritabili, i grandi passionati.

                                                              I.      I malinconici sono naturalmente tratti a veder tutto nero, a fissarsi sul lato difficile e penoso delle cose e ad esagerarlo; sono quindi inclinati alla tristezza, alla diffidenza, a una specie di misantropia. Soffrono molto e, senza volerlo,fanno soffrire gli altri. Se non cercano consolazione in Dio, che solo può confortarli e attenuarne i tetri pensieri, cadono facilmente nella noia, nello scoraggiamento o negli scrupoli. Quindi S. Teresa dice che, se la malinconia è di forma veramente grave, le persone che ne soffrono non sono atte alla vita religiosa. Significa infatti uno spiccato predominio dell’immaginazione e della sensibilità sulla ragione, onde può dopo qualche tempo degenerare in una specie di pazzia. In ogni caso, ad attenuare questa morbosa disposizione, bisogna certo trattare i malinconici con molta compassione ma anche con autorità e fermezza, non permettendo che seguano i propri capricci né che si lascino dominar da sospetti; non avendo il giudizio abbastanza retto, è d’uopo che si sottomettano ai consigli d’un direttore o d’un amico prudente.

                                                            II.      Gli emotivi irritabili o impulsivi si lasciano facilmente trarre alle prime vive impressioni. Con l’anima in continua vibrazione, passano rapidamente dall’allegria alla tristezza, dalla speranza all’inquietudine, dall’entusiasmo allo scoraggiamento. Se vengono contraddetti o umiliati, prorompono in atti di collera, in parole e gesti violenti. Insomma avviene spesso che perdano la padronanza di sé e maltrattino chi sta loro d’attorno. A combattere questo difetto, si deve fare energico e costante uso del potere d’inibizione, frenare subito i primi moti disordinati, riflettere prima di operare, riprendere insomma a poco a poco la padronanza di se stessi. Chi non riuscisse a dominare abbastanza i nervi e le emozioni, non pensi al sacerdozio, essendo la collera violenta.

                                                          III.      I grandi passionati sono coloro che hanno passioni insieme violente e durevoli, distinguendosi così dagli emotivi: energici, tenaci, longanimi, sono ordinariamente ambiziosi e cupidi di potere e di gloria. Sono fatti per operare gran bene o gran male, secondo che volgono le passioni a servizio della propria ambizione o al servizio di Dio e delle anime. Sorgono fra costoro i conquistatori e gli apostoli. Il mezzo di trarre buon partito da queste ricche nature è di volgerle vigorosamente verso la gloria di Dio e la conquista delle anime.

 

3° I vari caratteri rispetto alle facoltà spirituali

 

Le persone in cui dominano le facoltà superiori, l’intelligenza e la volontà, si dividono naturalmente in due gruppi, i cerebrali e i volontari, secondo che predomina l’intelletto o la volontà.

  1. I cerebrali o intellettuali sono quelli la cui attività è concentrata in lavori di mente, e possono essere o speculativi puri o intellettuali attivi.

a)      Gli speculativi puri passano la vita a costruire sistemi intellettuali (es. Kant). Alcuni speculano per il solo piacere di speculare, onde cadono facilmente in una specie di pericoloso dilettantismo che finisce spesso in un certo scetticismo.

b)      Gli altri associano ai lavori mentali qualche ardente passione; vi sono infatti intellettuali passionati, che agitando idee, voglio pure agitar gli uomini, e si appassionano per il trionfo di un’idea o di un sistema. Sono in ambi i casi persone ricche di grandi espedienti. I primi però sono esposti a diventar troppo sistematici, troppo astratti, e a trascurare i doveri della vita ordinaria. Gli altri hanno bisogno, come gli emotivi appassionati, di volgere la scienza e l’attività al servizio di Dio e della verità; altrimenti cadono essi e fanno cadere gli altri in terribili eccessi.

 

  1. I volontari hanno volontà ferma, tenace, indomabile, e vi subordinano tutto il resto. Si dividono in due categorie: i padroni di sé e gli uomini d’azione.

a)      I primi adoprano specialmente la propria energia  a dominar se stessi e quindi a padroneggiar le passioni. Perciò lottano con costante energia a signoreggiar la sensibilità e sentono lo sforzo e la premura di frenarsi; onde un certo riserbo e qualche volta pure un che di rigido accompagnato da diffidenza verso ciò che potrebbe far loro perdere questa padronanza di sé. Ma, conquistata che l’abbiano con sforzi costanti, mostrano una mirabile uguaglianza d’animo e sanno associare la forza con la dolcezza. Sotto l’aspetto spirituale la cosa più importante è di assoggettare questa volontà forte e disciplinata alla volontà di Dio; così uno s’accosta a quell’equilibrio delle facoltà che vigeva nello stato di giustizia originale.

b)      Altri poi più che a dominar se stessi mirano a dominar gli altri; vogliono imporre la propria volontà e governare i propri simili. Con l’occhio costantemente fisso allo scopo a cui mirano, non si lasciano disaminar dagli ostacoli e non hanno requie finché non sono riusciti a farsi ubbidire. Sono uomini energici e costanti da cui si può trarre ottimo partito. Ma devono disciplinar se stessi prima di disciplinar gli altri; volgano la propria energia al servizio di Dio e delle anime e sappiano, nell’esercizio dell’autorità, associare la dolcezza alla fermezza.

 

4° I vari caratteri rispetto alla vita di relazione

 

Abbiamo qui due tipi ben distinti: i timidi e gli attivi.

  1. I timidi diffidano troppo di sé, sono poco intraprendenti, il timore di non riuscire nell’impresa li rende come inerti. Cosiffatte persone non riescono bene se non quando sono messi al loro posto, sorretti e animati da superiori o da amici che ispirano loro confidenza e li aiutano ad acquistare una certa franchezza. Sotto l’aspetto soprannaturale, bisogna inculcar loro grande fiducia in Dio, ripetendo continuamente che Dio si serve degli strumenti più deboli, purché, consci della propria impotenza, cerchino appoggio in Colui che solo può fortificarli.
  2. Gli attivi hanno naturale tendenza all’azione: intraprendenti, audaci, forti ed energici, hanno bisogno di effondere l’esuberante attività che si sentono dentro. Ve ne sono due diverse classi: gli irrequieti, e gli uomini d’azione.

a)      Gli irrequieti sono talmente accesi di attività che non possono star fermi e vogliono fare ad ogni costo, anche prima d’aver concepito e maturato un disegno. Fantasticando sempre nuovi progetti, non hanno di eseguirne neppure uno solo; vanno a destra e a sinistra incapaci di quietare, si agitano, fanno rumore molto e bene poco. Pronti a rendere servizio a tutti, presto dimenticano ciò che hanno promesso e si mettono a disposizione di altri. Onde a correggerli bisogna indurli a riflettere prima di operare, a maturare i disegni prima di eseguirli, a consultare chi ha maggior prudenza ed esperienza; e quando in un affare tutto sia pronto, dovranno applicarsi a mandarlo ad effetto, condannandosi in questo frattempo a non intraprendere nulla di nuovo: riflessione e costanza sono le condizioni necessarie al buon successo.

b)      Gli uomini d’azione studiano a lungo i disegni prima di porli ad esecuzione, discutono attentamente il pro ed il contro, pensano non solo ai mezzi ma anche agli ostacoli che incontreranno, e tutto dispongono nell’intento di giungere allo scopo voluto, nonostante tutte le difficoltà.

 

È dote preziosa per gli addetti all’azione cattolica e per i sacerdoti, che conviene saper coltivare con costanza. Onde però le opere anche meglio concepite possano produrre buoni frutti, non bisogna dimenticare di propiziarsi il Signore con la preghiera e con la pratica della vita interiore: chi vuol essere cattolico d’azione cerchi di essere uomo d’orazione. La volontà umana e la grazia il tal caso armoniosamente si uniscono a produrre ottimi effetti.

 

Terminiamo col ricordare che la maggior parte dei caratteri sono veramente il risultato di varie combinazioni, e che solo studiandosi di acquistare le doti non avute da natura, uno riesce a perfezionare se stesso, ad assestarsi e a dare così tutto il frutto di cui è capace. Onde gli apatici debbono sforzarsi di acquistare un poco di sensibilità; i cerebrali di coltivare la volontà e l’azione; i volontari di riflettere prima di operare e di infondere un poco di dolcezza nell’esercizio della forza. Con lo sforzo e con la grazia di Dio uno giunge a riformarsi.

 

Adolfo Tanquerey

 

Postato da  Petrus

 

 

 

 

 

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venerdì, 08 agosto 2008

Pellegrini dell’ Assoluto sulle strade di Olbia

Appunti

 

Silvano Panunzio

 ‘’Contemplazione e Simbolo.
Summa iniziatica orientale – occidentale”         

 pp. 65-68.

 

Come insegnano il Vedanta e la Qabbalah vi sono, al di qua dell’ Assoluto, due piani della Manifestazione divina: il Visibile e l’ Invisibile. Anche il Simbolo Apostolico (il Credo) parla dell’onnipotente come  omnium visibilium et invisibilium factorem [1]. Ma, a sua volta, tra il Visibile e l’ Invisibile non c’è in mezzo il vuoto, bensì la continuità di un quid medium. Perciò, fra la struttura quantitativa del mondo fisico manifestato in basso e la manifestazione Divina più alta sta in mezzo la composizione qualitativa – vero quadro magico – dell’ Universo sottile ed intermediario: quello che comincia dalle onde dell’ Atmosfera eterea e sfiora gli Archetipi del ‘’Regno ideale’’ di Platone o gli Spiriti dell’ Empireo di Dante.

Tre sono dunque gli stati dell’ essere personale (microcosmo umano) come gli stati dell’essere universale (macrocosmo e metacosmo). Allo stato di veglia (Manifestazione densa e formale), definito da San Bonaventura come vestigium Dei [2], segue, quale imago Dei, lo stato di sogno (Manifestazione sottile e sopraformale) e infine, quella similitudo Dei, lo stato di sonno profondo (Manifestazione informale e, al limite, Non-Manifestazione). Questi tre stati della tradizione vedica si ritrovano, per la tradizione biblica, nella progressione mosaica << Luce – Nuvola – Oscurità >> che fu poi ripresa, nel Cristianesimo, da S.Gregorio Nisseno e Dionigi Areopagita i quali, del resto, si ispirarono a motivi e passi ben noti del Santo Vangelo [3].

Lo stato di veglia corrisponde alla luce fisica; lo stato di sogno alla luce eterea o nuvola; lo stato di sonno profondo alla tenebra. Il “Sonno vigile” di Gregorio Nisseno e la “Tenebra sopralucente” di Dionigi Areopagita possono, poi, ricordare il Quarto stato della pura Brahamanità. Da tutto quanto precede, si può allora comprendere che l’intuizione simbolica non opera direttamente compiendo un salto illusorio dal fisico al metafisico , ma opera gerarchicamente dal visibile all’invisibile e infine da questo, come da una migliore posizione di lancio, svetta in virtù di un raptus verso il Non Manifestato e l’ Assoluto.  

Oggi l’ umanità è post – noachita. Noè (onde viene l’aggettivo), infatti, è la figura biblica dell’uomo atlantideo prima dell’ultimo diluvio terrestre: i suoi figli indicano invece l’umanità post – atlantidea. Ora questa umanità ha perduto sempre più il terzo occhio dell’uomo arcaico. La chiaroveggenza, che era un facoltà spontanea, è divenuta, così, una dura e difficile conquista. La chiaroveggenza di ieri e l’intuizione simbolica di oggi sono, in pratica, la stessa cosa; solo il procedimento è diverso, in quanto l’uomo odierno ha bisogno di ricostruire un organo mancante, un altro occhio intellettuale che normalmente risulta atrofizzato. È perciò necessario vitalizzare le forze inaridite, ma latenti, far rialzare all’anima le ali piegatesi nella caduta, come dirà Platone.

Questo risultato che conduce al rinnovato sviluppo e vigore del terzo occhio si ottiene solo mediante una trasmutazione interiore dell’uomo operata dall’ Ascesi. La semplice Morale è del tutto insufficiente. La moralità non supera il livello dell’individuo né la diade corpo-anima o senso-ragione. Questa virtualità latente di Rigenerazione fa scaturire come una gemma, come lo smeraldo perduto nel suo precipitare dalla fronte di Lucifero (e intagliato nel Sacro Graal), di nuovo il terzo occhio. L’estrazione di un si grande gioiello dalla caverna del nostro cuore ( vera grotta di Betlehem) ha però bisogno delle miniere di una civiltà sacra, perché il miracolo non si compie senza un ambiente tradizionale regolarmente costituito.

Il principale compito teoretico del Sacerdozio è appunto quello di educare l’umanità alla scuola e alla virtù del Simbolismo. Nei tempi moderni questa reintegrazione effettiva e non soltanto virtuale è resa, però, sempre più difficile e finisce col venire affidata alle forze di esseri solitari e alle loro capacità di far fruttare la Grazia divina. Per tali motivi si deve ritenere che, almeno in Occidente, l’unica possibilità di aiutare l’uomo singolo sia rappresentata, ancora oggi, dalle più profonde tradizioni spirituali del Monachesimo che è precisamente la palestra dei Solitari e dei Silenziosi.



[1] Creatore di tutte le cose visibili ed invisibili.

[2] Vestigium: letteralmente orma.

[3] significativi, qui, i molteplici accenni al simbolismo della Nuvola: << una nuvola luminosa li coperse >> Matth. XVII-5; << una nuvola lo tolse davanti agli occhi loro >> Act. I-9; << vedranno il Figliuolo dell’ uomo venir sulle nubi del cielo >> Marc. XIV – 62; << Ecco, Egli viene con le nuvole >> Ap. I-7.

 

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venerdì, 25 luglio 2008

Platonicamente…

 

 

La tendenza a fare del Cristianesimo una matematica di concetti e di nozioni più o meno ortodosse, senza poi confrontarsi sulla pratica ascetica e sulla via mistica reale, rivela lo spirito intrinseco del nostro tempo: verba, non facta. L’anelito alla Conoscenza solleva enormi dispute di parole ma colui che non applica la practikè al quotidiano della vita ordinaria, si trasforma in un freddo intellettuale e smarrisce la via del cuore.

Ciò accade perché siamo più inclini ad intellettualizzare che non a praticare la via filosofica cristiana. Ci immergiamo negli studi, meno nell’intimo di noi stessi. Alle preghiere e la liturgia eucaristica preferiamo, sovente, informazioni riservate, fascinose e cangianti. Poi, all’atto pratico, magari ci capita di litigare con il mondo intero, in conflitto coi nostri fratelli, invidiosi del prossimo per diecimila motivi diversi, così da trasformare la spiritualità in una lotta titanica, scissa fra la penosa ricerca d’uno stato regale e sacerdotale e l’abbandono cosciente delle attrattive mondane.

Bene, cari amici, ci sono giorni (soprattutto le notti?) in cui il mondo soffoca letteralmente le nostre facoltà intellettuali e morali. Nell’ Antichità classica il cursus studiorum dei filosofi prevedeva studi strettamente connessi al grado di purificazione interiore raggiunto dagli allievi. Solitamente si partiva con la filosofia morale, vale a dire con i Versi aurei di Pitagora e con il Manuale di Epitteto. In un secondo tempo s’affrontavano le opere logiche di Aristotele, dette ‘’piccoli misteri’’, il cui fine era quello di esercitare la mente nella dialettica, indispensabile alla rettitudine e la purezza della dialettica. Dulcis in fundo ecco Platone, con il quale ci si addentrava nei ‘’Grandi Misteri’’, nei misteri celati entro la sua teologia. La teologia platonica concerneva due opere fondamentali, studiate a coronamento del percorso filosofico: Timeo e Parmenide.

 

Ora, la filosofia era essenzialmente Iniziazione alla vita del Logos e nel Logos. Ci si spoglia dell’uomo vecchio per indossare le vesti dell’ uomo nuovo. S. Agostino scrive che le Sacre Scritture non contengono verità più profonda di questa (cfr. De quantitate animae). Servire Cristo è servire il Sacerdozio. La responsabilità risiede sempre nel mistero della nostra anima. Quante battaglie, miraggi ed illusioni camminano al nostro fianco. Ciò accade perché non ci fidiamo ancora totalmente di noi stessi. Non fidarsi di se stessi vuol dire una cosa soltanto: non fidarsi di Dio.

 

Ricordiamo le parole del savio Pico della Mirandola: ‘’ la filosofia mi ha insegnato a dipendere più da me stesso che dalle opinioni altrui’’. Questo ispiri la Filosofia alle nostre menti,attraverso l’azione salvifica e redentrice del divino e purissimo Logos.

 

 

 

Petrus

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giovedì, 17 luglio 2008

Quale Cristianesimo?

 

Quella libertà a lungo sognata, vagheggiata ed invocata, quella libertà che plasma l’uomo ad immagine e somiglianza di Dio, cozza terribilmente col brulicare delle passioni sulla rete. Più siti, cattolici e non, propongono discussioni e dibattiti sui temi teologici più disparati. Si assiste, sovente, alla guerra di tutti contro tutti: volano gli insulti, si collezionano le citazioni, s’aggravano i diverbi, frutti marci d’un orgoglio infantile e giullaresco; infine, si ricorre a N.S. Gesù Cristo, per comprendere chi lo abbia difeso con maggiore scrupolo, in spirito di Carità e di Giustizia.

Siamo preda di uno spirito che divide, che lacera, che insozza le menti. Non si può coinvolgere il prossimo entro il turbine delle proprie passioni, in nome di Dio e della purezza della dottrina apostolica. Il pensiero non si fabbrica, non si inventa: il pensiero si coglie e si coltiva. S.Agostino direbbe: cogliere dal giardino della propria anima. Così bisogna allenarsi a far discendere il pensiero nel cuore, attraverso la respirazione, ricorda magistralmente Gregorio Palamas.

La domanda è la seguente: di quale Cristianesimo andiamo in cerca? Cosa vogliamo realmente conoscere attraverso il sentiero della via mistica? Perché Internet ci rivela un mondo di appassionati ed arguti lettori, simili ai guerrieri della Repubblica platonica,eppur così lontani dai filosofi/sacerdoti che guidano la comunità verso il Sommo Bene, lassù, tra le alte vette dello Spirito? A nostro avviso c’è qualcosa che non va, i conti non tornano. Questo pseudo - cattolicesimo passa troppo facilmente dal fervore al livore e dall’ardore al rancore. Ecco perché riteniamo, e lo diremo senza mezzi termini, che certi squilibri emozionali abbiano poco a che vedere con una ferma e rigorosa apologetica cattolica.

Ciò accade perché il vero cristiano ha sempre un vero maestro dietro le spalle. Non c’è Cristianesimo senza trasmissione orale dell’insegnamento iniziatico. Possiamo girare la frittata come vogliamo, ma non troveremo mai le forze per il perfezionamento spirituale senza realizzare che il sacerdozio eucaristico è la vera sequela di Cristo e che noi siamo solamente poveri uomini, ai quali, talvolta, è concessa la Grazia di uscire dalle proprie tenebre. Non basta l’umiltà, serve l’umiliazione. Quando la vita bastona e prova l’anima quasi fino al sangue, la docilità e la pazienza divengono i canali d’approdo e di ritorno a Dio.

Chiunque abbia fatto esperienza del dolore vero,autentico, sa che nulla in quel momento è capace di sottrarre l’uomo al drago che gli sbrana i visceri. Il dolore annulla l’esperienza del mondo (libri, cultura, nozioni in generale) per ricondurci all’essenziale, al punto luce che non necessita più del contorno, ma la cui forza è costretta a tenere in piedi una vita, un’esistenza che pare aver smarrito tutta la bellezza e l’armonia della Creazione. Ricordiamoci della nostra e altrui sofferenza quando ci sorprendiamo arroganti e superbi, supponenti e boriosi.

Cristo ha bisogno del nostro silenzio quanto noi della sua Parola.

 

In fede

 

 

Petrus

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mercoledì, 09 luglio 2008



http://www.myspace.com/suonoluce

myspace musicale by Petrus

buon ascolto!

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domenica, 29 giugno 2008

Recuperare l’ umanità

 

Una quieta domenica d’Aprile, un angelo si posa serafico sulle menti d’un teologo e d’un pellegrino che gli cammina affianco. Rivolto ad essi esclama:

 

‘’ A forza di comprendere il mistero della divinità abbiamo finito col smarrire il mistero dell’ umanità “.

 

Non si può essere costruttori della propria casa, lasciando che siano altri a concepirne lo spazio e l’arredamento. Platone parlava di anamnesis, reminiscenza, onde riattivare il ricordo del mondo sopra – sensibile, ad una sola condizione: che il maestro sappia ben domandare. Chi bene domanda bene orienta la risposta. Ecco, le nostre anime necessitano di chi re-susciti in esse il telos divino e divinizzante, per il cui tramite la natura obbedisce alla Grazia e da questa è poi possibile spiccare il folle volo verso la divinità.

Ricordare, per Platone, è sinonimo di risvegliare il principio dell’anima immortale. Il Cristianesimo è oltre, in ballo vi è addirittura l’anima santa. Alla Rivelazione cosmologica fa seguito la Rivelazione profetica. Il Cristiano anela alla perfezione e la sua elezione si chiama Totalità. L’errore teoretico perdura nel voler emancipare l’umanità dalla creaturalità, ragion per cui la Cristologia viene ingolfata dagli ‘’- ismi’’ che noi tutti ben conosciamo: moralismi, sofismi,filosofismi, sociologismi ecc.

Dio realizza l’uomo quando l’uomo realizza la divinità. Partorire le idee vuol dire partorire la propria anima. Partorire la propria anima può voler significare una cosa soltanto: risvegliare l’universale vocazione alla santità, dunque realizzare la propria animicità in seno al Cristo Grande – Anima. La tensione spirituale conduce inequivocabilmente al Bene, celebre l’affermazione di Agostino :

 

<< Ama e fa ciò che vuoi >>

 

Laddove si perde il gusto di partorire il Bene nella sofferta temporalità dell’esistenza, si perde  anche il gusto di partorire Cristo nell’eternità della Vita. È necessario re-immettersi nel flusso della Vita, cioè re-integrare corpo e anima nell’amplesso eterno della divinità. La vita spirituale ricomincia ogni giorno. Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto: cioè chi è fedele nella dimensione della propria povertà e miseria creaturale, a maggior ragione lo sarà in quella della sua vocazione. Il Cristianesimo è una diuturna reductio ad Unum.

Non è utile speculare e ragionare sempre e comunque sul pensiero altrui. Le nostre anime hanno dignità regale – sacerdotale – profetica. Amare vuole innanzitutto significare rendersi degni di se stessi e l’anima è degna di profetare,specie durante i tempi ultimi. Nella prossima vita non verremo interrogati su Guénon, su Ibn – Arabi, su Panunzio o su Origene, ma su noi stessi e su quanto abbiamo realizzato, di quel che Dio ci mise a disposizione, in spirito di Grazia e Giustizia:

 

<< Colui che vuole acquistare, nel commercio degli autori, non attitudini polemiche, ma verità e penetrazione,deve recarvi uno spirito di accomodamento e di raccolta diligente, lo spirito dell’ape. Il miele si fa con molti fiori […] Voi che cercate la verità, pronti a riconoscere dappertutto il suo volto, non scagliate l’uno contro l’altro i suoi servi, anche se sono ‘’angeli incompleti’’, geni parziali che il vero ha visitato,senza dimorare in loro >>. [1]

 

Per la scelta degli autori,così come per un cammino di Iniziazione cristiana, non si può prescindere dalla figura del maestro. A questo proposito scrive San Tommaso:  bisogna credere al maestro. Tuttavia, questo è un viaggio nella dimensione della nostra vera libertà, e come tutti i viaggi alla ricerca del calice di comunione, ogni vita è una storia a sé, un personale salto nel buio, che ci rivelerà un giorno le connessioni con il silenzioso sacrificio di altri nostri fratelli, pellegrini sulla Terra. Questo è il vero corpo mistico di Cristo: l’uomo individuatosi e conquistatosi come anima risvegliata, vince il determinismo naturale e fa il suo ingresso nella Vita.

Cristo non ci chiama ad essere come Lui, ma ad essere Lui. L’imitazione è sempre un’assimilazione d’essere, fino a quando l’identificazione non viene esaltata e portata ai suoi massimi vertici nell’ unio mystica e nel servizio quotidiano al prossimo ed ai fratelli. Il Cristianesimo non ci chiama a vivere di riflesso ma a vivere di noi stessi, realizzandoci come poveri (?) Cristi, in seno all’unica volontà escatologica del Padre: il ritorno del Figlio sulla Terra.

 

 

Petrus

 

 

 



[1] Sertillanges, La vita intellettuale, p. 154.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Da padre Danilo riceviamo e pubblichiamo

 

Risposte ad alcune domande dei lettori sul Cristianesimo interiore

 

(1) Mi sono state rivolte tante domande, cercherò ora di rispondere ad alcune. Quali autori leggere? Bisogna anzitutto decidere cosa si vuole studiare. Si vuole studiare il cristianesimo? Ma siamo sicuri che il cristianesimo vada studiato? Si potranno studiare la filosofia, la teologia o la dottrina cristiane, ma il messaggio cristiano va trasmesso oralmente da maestro a discepolo. Per maestro qui intendo anzitutto i genitori, specialmente la mamma. San Paolo parla di “tekno-gonìa”, l’arte cioè di generare figli non solo nella carne, ma nella fede. Maestri sono anche il catechista, il diacono, il sacerdote ed il vescovo o sommo sacerdote. Il Papa è segno di Unità e deve garantire il Magistero di Verità. Il suo magistero ordinario la Chiesa lo svolge nell’evangelizzazione, nella catechesi, nel catechismo, nella Liturgia della Parola. I testi più usati sono i catechismi, i Documenti del Concilio