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Le riflessioni notturne di un pellegrino errante
Tutto dipende dalla pace del cuore: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia […]. Non affannatevi dunque per il domani,perché il domani avrà già le sue inquietudini.A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,25-34).
Le preoccupazioni fanno perdere la pace,questo perché l’anima non ha totale fiducia in Dio.Che fa dunque l’uomo? «Cerca allora in ogni circostanza di cavarsela con le proprie forze,si mette in ansia e si rende terribilmente infelice,invece di abbandonarsi fiducioso nelle mani tenere e pietose di suo padre […]. Tutta la nostra vita spirituale consiste appunto in un lungo processo di guarigione e di rieducazione,il cui scopo è il ritrovamento di questa fiducia perduta,aiutati dalla grazia dello Spirito santo che ci rende poco a poco capaci di dire in verità:Abbà,padre!».[1]
Eppure, non è senza umiltà,attenzione estrema,opposizione (ai pensieri) e preghiera che questa pace s’insedierà nel profondo del nostro cuore:«Tu,poi,devi scrutare con lo sguardo acuto e intenso della mente in modo da accorgerti chi entra.Appena te ne rendi conto,schiaccia subito,con l’opposizione,la testa del serpente,ma,nel far questo,grida con gemito verso Cristo ed allora sperimenterai il divino invisibile soccorso e vedrai distintamente la rettitudine del (tuo) cuore».[2]
Come può aiutarci,nel combattimento spirituale,la legge divina? Essa, memore di ogni virtù, «addestra l’uomo alla continenza,che essa pone appunto come fondamento delle virtù».[3] Contro piacere-dolore-paura-desiderio c’è bisogno di lungo esercizio e battaglia,ricorda Aristone, e Clemente avverte:«Ogni inganno,restando fisso continuamente nell’anima,vi forma la rappresentazione (di sé), per cui l’anima non s’accorge di portar seco l’immagine della passione.La colpa nasce insieme dalla seduzione e dal nostro assenso».[4]
Per S.Giovanni della Croce,poi,l’anima dev’essere propensa: «non al più facile ma al più difficile;non al più saporito,ma al più insipido;non al più dilettevole,ma al più disgustoso;non al riposo,ma alla fatica;non a ciò che consola,ma a ciò che sconforta;non al più,ma al meno;non alle cose più nobili e preziose,ma alle più vili e spregevoli».[5]
Pio XII disse:«oh,non chiedete dove si trovi il nemico;esso è dappertutto!». A questo nemico si dovevano le formule:«prima,Cristo sì,ma
Cosa vogliamo testimoniare con questa brevissima meditazione? Senza la pace del cuore e senza un’accorta disciplina che sganci,progressivamente, la preghiera dagli accadimenti mondani, vien difficile persino parlare dell’ Anticristo, perché se ne parla partendo dalle proprie tensioni psico-fisiche,sintomo evidente che noi siamo ancora schierati con l’Avversario e ricerchiamo con parole ciò che smentiamo con le opere:«L’amore fra amici viene distrutto se tu sei invidioso,o oggetto di invidia,se causi o soffri perdite; se ingiuri o vieni ingiurato;e, infine,se nutri pensieri sospettosi contro il fratello.Non hai mai fatto o sofferto qualcosa di simile per cui hai abbandonato l’amore per gli amici?».[7]
E per concludere:«Il disegno della Divina Provvidenza è di riunire,per mezzo della giusta fede,coloro che sono stati separati e dispersi dal male.Il Salvatore ha sofferto perché “tutti i figli di Dio che sono dispersi si raccogliessero in unità”(Giov. 11,52).Così colui che rifiuta di portare il peso delle circostanze avverse,di tollerare i dispiaceri e soffrire il dolore,si allontana dall’amore di Dio e dai disegni della Provvidenza».[8]
Petrus
[1] Philippe J., La pace del cuore, Dehoniane, Bologna,2006, pp. 21-22.
[2] Esichio Presbitero, Discorso sulla sobrietà e sulla virtù. Utili alla salvezza dell’anima, in Filokalìa, vol. II,Libreria Editrice Fiorentina,Firenze,1998,pp. 38-39.
[3] Clemente A., Stromati.Note di vera filosofia,Paoline,Milano,1985,p.316.
[4] Ibidem, p. 320.
[5] S.Giovanni della Croce,Salita al Monte Carmelo,Edizioni Libreria Fiorentina,Firenze,1949,p.62.
[6] Pio XII, cit. in S.Panunzio,Metapolitica.La Roma eterna e la nuova Gerusalemme,Babuino,Roma,1979,p. 224.
[7] S.Massimo il Confessore,Quarta centuria sull’amore, in Filokalia, vo. I, cit. p. 113.
[8] Ibidem, p. 112.
Silvano Panunzio
Cultura e Conoscenza
Non si possono confondere due ordini di valori che sono abissalmente diversi, ossia la scienza sacra e la cultura profana. La seconda è fatta di cognizioni, la prima di conoscenza. Le << cognizioni >> sono analitiche e senz’altro a posteriori: la << conoscenza >> è sintetica e in certo senso a priori. Le << cognizioni >> constano di concetti più o meno razionali (cum capio= prendo insieme, afferro dal di fuori): la << conoscenza >> è pura intuizione intellettuale (in-tueor = sto dentro; intelligo = leggo e lego, dentro). Vi può essere una cultura di cose profane, ma non può esistere una cultura di cose sacre. La cultura, pur quando superi l’imparaticcio, è terrena ed estrinseca.
La scienza sacra – di origine e di natura celeste – è tutta interiore e spirituale: e il suo fondo è infinito perché è Dio stesso, scientiarum Dominus. La vita eterna – avverte Gesù – consiste nel << conoscere il Figlio >> ossia il Verbo; e poiché la conoscenza (non la cognizione o notizia) è assimilazione di essere, non c’è alcuna diversità, nel profondo, tra come Tommaso o Eckhart intendono la visione beatifica (cioè intellettualmente) e come la intendono Bonaventura o Scoto (ossia amorosamente). L’amore che non sia fisico o psichico (e alquante scorie ne restano nei cosiddetti << mistici >>) è esso stesso assimilazione ontologica, forza unitiva (San Dionigi) che salda gli esseri all’ Essere; quindi, al limite, vera conoscenza e vero amore si identificano. Le Epistole di Giovanni terminano tutte con questo appello univoco alla Verità dell’ Amore: e all’ Amore della Verità e nella Verità.
L’ordine quantitativo delle cognizioni (cultura – polimatìa) è quindi irriducibile, almeno per se stesso, all’ordine qualitativo della conoscenza (monomatìa). Persino Eraclito aveva ammonito che << le molte cognizioni non nutrono l’intelletto, il nous >>. Ho parlato sempre non già di << conoscenze >> al plurale, sibbene di conoscenza: perché una sola è la conoscenza; e questa conoscenza unica è,appunto,la conoscenza dell’ Uno. Anche San Tommaso avverte che, a mano a mano che le Intelligenze angeliche salgono nella gerarchia, la molteplicità delle idee contemplate si restringe e si riduce sino a semplificarsi in un’ Idea sola.
Ciò posto non si deve credere che la conoscenza (dagli Apostoli, dagli Evangelisti e dai Padri chiamata ghnòsis,e da Pietro e Paolo addirittura epìghnosis ossia Conoscenza suprema) sia un parto della fantasìa o del sentimentalismo soggettivo. La conoscenza ha le sue regole durissime, le sue leggi ferree, le sue tappe rigorose e imprescindibili e i suoi strumenti di macerante lavoro; nulla si ottiene senza sudore e senza sforzo, senza àskesis, senza esercizi spirituali e intellettuali assieme.
Per consuetudine immemoriale (si potrebbe dire per legge di soprannatura) la conoscenza, poi, non è sospesa a mezz’aria né viene affidata all’arbitrio del singolo (razionalismo e protestantesimo, illusionismo e pseudomistica) ma si appoggia in virtù dell’ analogia entis alla progressione universale dei simboli […] Sono i simboli gli alleati e i compagni più preziosi del viaggio divino dell’uomo. Essi, essenzialmente, son racchiusi nello scrigno muto della Sacra Scrittura o rivissuti dal coro magnifico della Sacra Liturgia. Nessuno, di queste due, può far senza; e Nostro Signore in persona è stato il primo a darci santamente il suo fulgido esempio. Ma davvero, poi, come ammonisce San Benedetto nella chiusa della sua Regola, si può prescindere dallo studio attento della vita e della dottrina dei cattolici Padri? Ed ecco che un anello chiama l’altro e dalla Scrittura e dalla Liturgia – fondamenta della Tradizione – si sale immancabilmente alla Teologia (catafàtica come apofàtica) che è anch’essa una Scienza sacra e che della Tradizione costituisce il tetto.
“Cristianesimo giovannéo. Luci di Ierosofia”
pp. 112-115
L’anticristo secondo Silvano Panunzio
a cura di P.Danilo Scomparin
[…] Dunque questo Anticristo, questo personaggio enigmatico – non già misterioso, ché sarebbe troppo, ma enigmatico sì – questo personaggio che prima si aggirava per l’Orbe, adesso lo troviamo indisturbato fin nel cuore dell’Urbe. Che cos’è l’Orbe e che cos’è l’Urbe? L’Orbe è il circolo, il circolo universale, e l’Urbe è il centro di questo circolo. Oggi l’Anticristo ha dunque preso centro ([1]).
[…] Nel libro in esame ([2]) , si parla anche di questo evento escatologico, ultimo; si parla di un incontro e di uno scontro simbolico finale fra Cristo e Anticristo. E ciò deve avvenire proprio a Roma e si spiega perché deve avvenire sul Campidoglio. Ma – escatologia a parte – io vorrei localizzare di più questo personaggio enigmatico, l’Anticristo: vorrei possibilmente scoprire il suo vero indirizzo, addirittura il suo recapito civico, il suo numero telefonico personale. Ciò è possibile? Senz’altro. Ed ecco la risposta. L’Anticristo si trova dentro di noi. Sì, dentro di noi. Dovrebbe dentro di noi, trovarsi il Cristo; ma vi si trova, simultaneamente, l’Anticristo.
Parafrasiamo un detto del Precursore, di Giovanni il Battista. Dopo aver fatto il pubblico riconoscimento del Cristo, del Signore Gesù, Giovanni Battista prorompe in queste parole: “Egli deve crescere, io debbo diminuire”. Cioè, Egli, il Dio, deve crescere dentro di me; io, l’uomo, debbo diminuire in me.
Noi, oggi, abbiamo completamente rovesciato il programma, facciamo esattamente il contrario: cioè facciamo crescere l’Anticristo dentro di noi e facciamo diminuire il Cristo. Cioè accresciamo le tenebre e assottigliamo la verità, la luce.
È un duello interiore, un duello gigantesco, che non può essere interpretato semplicemente come l’appendice di un duello più grande, che si svolge fuori di noi: è vero esattamente il contrario. Noi siamo abituati, siamo deformati, quasi viziati a considerare gli avvenimenti storici e gli accadimenti cosmici come se fossero realmente esterni, indipendenti da noi: e invece gli avvenimenti storici e persino gli accadimenti cosmici non sono che una proiezione del nostro spirito interiore, un preciso riflesso delle profondità abissali del nostro interno. Onde, questo duello fra Cristo e Anticristo, che si svolge dentro di noi, si specchierà nel di fuori e disegnerà le linee di un quadro più grande, storico-cosmico, nella esatta misura in cui avremo fatto avanzare, crescere la luce, o avremo fatto crescere le tenebre dentro di noi.
Questa che ho fatto è una premessa indispensabile per spiegare il tempo in cui mi sono mosso. Come e quando e dove si potrà vincere questo duello interno ed esterno, spirituale e storico, fra Cristo e Anticristo, in che modo si possono predisporre le basi per consentire la vittoria della Verità interna e della Luce anche esterna sulla terra? Per questo traguardo si dispone di un’arma sola: la fede.
Ma, domandiamoci, quale fede? Ce ne sono tante e poi tanti tipi. È sufficiente una fede corticale, epidermica, o magari una fede viscerale? Non è sufficiente. Non lo è perché il suo slancio volontaristico è destinato ad esaurirsi, come abbiamo visto negli ultimi secoli e vediamo sempre più oggi. Cristo è la stessa fede vivente. Ci ha insegnato tutto, ci ha rassicurato su tutto. Ma questa fede vivente ha avuto sulla terra un dubbio solo, ha avuto anch’essa un momento di dubbio. Sembra incredibile, ma è così. E le parole sono le seguenti: “Quando il Figlio dell’Uomo sarà ritornato sulla terra, troverà ancora la fede sopra la terra?”. Questo è l’unico dubbio che il Cristo ha avuto. La fede vivente, la fede divina, ha dubitato della fede umana. E allora non basta una semplice fede, epidermica, viscerale o volontaria che sia: occorre una fede intellettuale, cioè una fede corroborata dalla conoscenza, radicata nella conoscenza. Solo questa può sopravvivere, solo questa può vincere e far vincere.
[1] S. Panunzio, Colloqui ultimi, in “Metapolitica”, anno XVII, n.s., nn.3-4, Roma, luglio-dicembre 1999, p.40.
[2] S.PANUNZIO, Metapolitica, Voll. 2, edizioni Il Babbuino, Roma, 1977.
Gerard De Sorval
Iniziazione cavalleresca
ed Iniziazione regale nella Spiritualità cristiana
pp. 55-57
La via iniziatica è essenzialmente un ritorno al cento del tempo e dello spazio. Essa consiste, perciò stesso, nell’identificarsi con il nocciolo nascosto, eterno, dell’universo, con il “luogo” originale in cui è contenuta in germe tutta la storia umana, e dove si congiungono, come al loro principio comune, tutte le rivelazioni divine destinate agli uomini. Questo punto centrale, “situato” nel Paradiso terrestre, cioè fuori dei limiti dell’ordinario mondo visibile, e fuori della portata dello svolgimento cronologico, si identifica con il deposito della conoscenza principiale noto con il nome di Tradizione primordiale; alla quale sono preposti come guardiani due immortali, Enoch ed Elia.
La coppa del Graal, intagliata nello smeraldo caduto dalla fronte dell’arcangelo Luci-Fero al momento della caduta, secondo alcune leggende, fu “recuperato” nel Paradiso da Seth, terzo figlio di Adamo. Ed esso, per mezzo di una trasmissione segreta, tornò a Gesù, suo discendente, il giorno della Cena. Questa coppa del banchetto pasquale fu pure quella in cui, per la mediazione di San Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, fu raccolto il sangue di Dio sul Calvario. Egli lo affidò a Giuseppe d’Arimatea, “discepolo di Gesù in segreto”, che ugualmente raccolse e seppellì il corpo del Crocifisso. Cosa significa questo ricettacolo sacro? È ciò che contiene la più alta conoscenza che possa comunicarsi agli esseri umani: vedere la presenza manifestata di Dio al centro della Sua creazione,
Mentre il sacramento eucaristico perpetua ed attualizza questa Presenza di dio nel cuore del fedele, attraverso il tempo e lo spazio, nelle condizioni di questo mondo e nei limiti della sua esistenza individuale, santificando e conducendolo al suo termine beatifico, la coppa del Graal realizza questa Presenza nel cuore di tutto l’intero universo […] . Ciò che l’ Eucarestia è nel microcosmo, il Graal lo è nel macrocosmo: aggiungendo che l’ “attualizzazione divina” che esso opera non ha luogo solamente in un individuo ma nell’umanità tutta intera. L’ Eucarestia è il frutto di una transustanziazione della materia di questo mondo, destinata a sua volta a “trasmutare” e trasfigurare il comunicante in membro del Corpo di Cristo. Il Santo Vasello, da parte sua, è, per così dire, la sorgente eminente dell’ Eucarestia, poiché è ad un tempo il piatto della Cena sul quale furono proferite le parole dell’ Istituzione, ed il crogiolo che accolse il Prezioso Sangue del Crocifisso, il sangue originale, fluido reale e regale dell’effusione delle energie divine […].
Conseguentemente non possono aver parte al Graal se non coloro che, già nutriti e santificati dall’ Eucarestia, ne siano stati sufficientemente trasformati nel Cristo e trasfigurati nella Sua Luce per essere capaci di percepire il vertice del suo mistero: quello ove non è un atto ripetuto e commemorato ma l’onnipresenza della comuncazione che Dio opera della Sua Presenza e delle Sue energie all’umanità tutta intera tramite l’unico sacrificio accettabile di Suo Figlio. Per questo, bisogna aver “realizzato la plenitudine del Cristo”, come di San Paolo (Ef. 4,13), vale a dire aver raggiunto la statura regale dell’ Uomo Universale. Giacché solo il simile può conoscere il simile [..]
Di conseguenza la finalità ultima dell’ iniziazione cavalleresca e regale è di compiere la cerca della regalità originale di Adamo rimanifestata sovreminentemente nel Cuore di Cristo, Nuovo Adamo, associandosi a questo lignaggio invisibile, determinato dalla purezza del sangue (purificato dal suo fermento di corruzione) e dalla grazia dell’elezione. A colui che vincerà (il “vincitore” è quello designato nell’ Apocalisse), sarà permesso, attraverso tale catena spirituale, di entrare nei misteri del Regno di Dio in questo mondo, per partecipazione alla regalità messianica dell’ Unto, dell’ Altissimo, dell’ Emmanuel. Perciò occorre non solamente esser “chiamati”, ma anche “eletti”, appartenere cioè al lignaggio scelto di Davide e di Giuseppe d’Arimatea, i quali sono le due chiavi di questa segreta filiazione: Davide, il re sacro dell’ Antica Alleanza, eletto da Dio stesso alla testa di Israele, padre di Salomone, il costruttore del Tempio, ed antenato carnale del Salvatore, il Vero Tempio, e Giuseppe, il discepolo segreto, che raccoglie e mette al sicuro il Corpo e il Sangue del Re dei Giudei. Si tratta non solo di un lignaggio che implica l’equivalente di una catena dinastica di re successivi chiamati a ricoprire la medesima funzione nel corso dei secoli, ma anche di una filiazione spirituale iniziatica con la quale si trasmettono i “segreti del Polo”.
NdC: impossibile riportare per esteso il seguito del discorso, data la sua lunghezza. Consigliamo la lettura di questo prezioso volume.
Petrus
Omelìa sulla SS. Trinità
7-6-‘09
La solennità della SS.Trinità è il prolungamento della festa di Pentecoste. Noi cristiani, mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia (riti/misteri/sacramenti dell'iniziazione cristiana), siamo divenuti abitazione dello Spirito Santo, figli del Padre; ora dobbiamo applicarci a vivere uniti a Gesù Cristo, modellandoci al suo esempio, e amandoci come fratelli.
Festeggiare la SS.Trinità è anzitutto richiamare alla nostra mente la definizione imparata nel catechismo: “Il mistero di un solo Dio in tre persone uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo”; è il mistero fondamentale della nostra fede, nel quale noi dobbiamo integrarci, inserirci, come il bambino nel seno della famiglia, per attingervi luce, conoscenza, fede, speranza, carità, vita e gioia.
Ci possiamo chiedere come mai la Chiesa proponga ai fedeli l’iniziazione ai supremi misteri della Divinità durante l’estate. Perché essi sono come il Sole che illumina le nostre tenebre interiori e mette in fuga ogni pensiero negativo o malvagio. Per raggiungere tale suprema conoscenza (epi-gnosis) occorre salire sul monte come Gesù invitò i suoi discepoli. Occorre dunque lasciare la terra, cioè la materia, ed il mare, cioè i pensieri inutili, e salire in montagna cioè usare l’intelligenza, l’intelletto ed il fiore dell’intelletto che è la parte più alta della nostra anima. (Vedi la lezione di S.Caterina sul "fiore dell'intelletto" e su come farlo sbocciare).
La prima lettura (Dt 4, 32-34. 39-40) ci presenta il mistero dell’unità di Dio. Mosè ricorda al popolo ebraico ciò che ha ricevuto da Dio nel corso della sua storia, benefici di ogni genere, e che perciò deve corrispondere alla generosità divina con una fedeltà a tutta prova.
Il libro del Deuteronomio, cui appartiene questo brano, è stato scritto ai tempi dell’esilio babilonese: il richiamo alla scelta fatta da Dio e ai prodigi di cui i loro antenati avevano beneficato, era tale da mantenere nel cuore dei deportati il coraggio e la fiducia.
Nel pensiero dello scrittore sacro, questo ricordo doveva soprattutto aiutarli a restare fedeli a Dio, all’unico Dio, anche in un paese straniero, nell’osservanza scrupolosa dei suoi comandamenti.
Gli uomini d’oggi non sono forse tentati di abbandonare la loro fede in un Dio unico, vivo e vero, e rivolgersi a culti idolatri, come il mito della scienza, della potenza, dell’oro, del piacere?
Il salmo responsoriale (Sal 32) è un canto alla grandezza di Dio. Questo salmo è un invito a lodare Dio per la sua opera di amore: la creazione dell’universo, i suoi interventi nella storia dei popoli, la sua provvidenza in ogni momento. Non esitiamo a porre in lui la nostra speranza. Ripetiamo spesso: Beato il popolo che appartiene al Signore.
La seconda lettura (Rm 8, 14-17) ci presenta il tema della nostra figliolanza divina: in Cristo siamo divenuti figli di Dio.
Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, dalla quale è tratta questa lettura, ricorda un dato essenziale della vita cristiana: che cioè lo Spirito Santo che abita nell’anima del battezzato, fa di lui un vero figlio di Dio, a immagine di Gesù Cristo.
L’adozione divina, realizzata dall’azione dello Spirito, va molto più lontano dell’adozione umana: essa fa partecipare il battezzato alla vita stessa di Dio, essa costituisce una nuova nascita.
Da quel momento essa crea in lui una mentalità di figlio; non più paura né ansietà, ma una tenerezza e una fiducia che gli danno l’ardire di parlare a Dio come il figlio al padre suo.
Se vogliamo vivere nella sua pienezza questo spirito filiale, dobbiamo necessariamente modellarci su Gesù Cristo stesso, sempre aiutati dalla grazia dello Spirito Santo.
Il Vangelo (Mt 28, 16-20) ci presenta l’invio degli apostoli in missione. Questo testo, usato nella liturgia per la solennità della SS.Trinità, è il brano conclusivo del vangelo di San Matteo. Il Cristo affida ai suoi apostoli, la missione di andare in tutto il mondo e fare di tutti gli uomini i suoi discepoli, insegnando loro la sua dottrina e battezzandoli nel nome della SS.Trinità. è ovvio che dicendo Battesimo, si intendano i sette sacramenti della Chiesa.
Come si diventa discepoli di Cristo? Con la fede, e la conoscenza, che è l’adesione totale dello spirito e del cuore alla sua divina persona: solo questa fede, e conoscenza, stabilisce una comunione vivente con lui. ("Credo "= "cor do" = ti dono il mio cuore; vedi: il rito della pesatura del Cuore nell'Egitto arcaico).
è nel battesimo che questa adesione riceve la sua consacrazione. (Consacrazione battesimale: discesa di un nuovo livello animico). Il Battesimo introduce direttamente nel mistero della SS. Trinità: ci innalza alla dignità di figli di Dio, di fratelli di Cristo, di Tempio dello Spirito Santo.
Chi non intravede in questa prospettiva la missione affidata ai cristiani? Quella di essere l’anima del mondo, e si badi che non c’è nessun altra "Anima Mundi", siamo noi l’Anima del Mondo, quando inspiriamo in esso la vita stessa della SS.Trinità.
Come fedeli riuniti oggi nelle chiese per celebrare la festa della SS.Trinità, non possiamo ignorare la bellezza, lo splendore e la fecondità di questo mistero, non possiamo averne soltanto un’idea vaga.
È il mistero fondamentale della nostra fede. Senza di esso non ci sarebbe il cristianesimo, senza di esso le altre religioni e tutte le nostre devozioni diventerebbero superstizioni.
La conoscenza del mistero della SS. Trinità (Mono-Triade), e la nostra adesione ad esso, ci permette di penetrare più a fondo nel segreto della vita intima di Dio, nell’intimità del Padre (come Cam, figlio di Noè, che osò scrutare le intimità del Padre celeste…). Ci rivela che questo grande Dio, creatore dell’universo – il Dio uno della Bibbia – non è un Dio solitario, ma che è trino, che sono tre persone che condividono la stessa divinità.
Tra di esse regna l’unità più stretta, la più perfetta che possa esistere. Ed è un legame di conoscenza e di amore reciproci, che crea tra le tre persone delle relazioni, delle quali i rapporti esistenti tra i membri di una famiglia danno solo una pallida idea.
Il mistero della SS.Trinità ci permette di intravedere, se pur molto di lontano, il disegno d’amore di Dio, nei confronti dell’uomo: e cioè di integrarlo in seno alla sua famiglia, in modo tale che possa essere:
in primo luogo figlio del Padre: col battesimo, l’uomo parteciperà veramente alla sua vita divina;
in secondo luogo, fratello di Cristo: sul cui esempio dovrà modellare la sua vita, per essere degno della vocazione di figlio di Dio;
e così sotto la mozione dello Spirito Santo: da esso illuminato e guidato, (i doni dello Spirito santo non sono una vana parola) – l’uomo imparerà a vivere nell’amore, l’amore del Padre suo celeste e l’amore verso i fratelli qui in terra.
La solennità della SS.Trinità ci permette di approfondire l’insondabile mistero dell’amore di Dio per gli uomini. Non ha forse Dio voluto introdurre gli uomini nella sua famiglia? Coscienti di questa tenerezza di Dio per noi, rivolgiamogli la nostra preghiera, sicuri di essere esauditi, qui ed ora:
Signore, col battesimo noi apparteniamo alla tua famiglia divina, alla Chiesa, al Corpo mistico, al popolo eletto. (regale-sacerdotale-profetico), alla Nazione santa, alla Stirpe divina. Aiutaci a vivere della tua vita, affinché, lungi dall’essere di ostacolo al messaggio di amore proclamato dal tuo Figlio nel vangelo, noi contribuiamo a rendere gli uomini tuoi figli.
Con la luminosità della nostra fede e la nostra apertura di cuore e di mente verso i fratelli, cerchiamo di essere, sempre più e sempre meglio, messaggeri dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Sul peccare e sul patìre
Ormai invalsa vige l’abitudine di aggrapparsi alla cima dei propri pensieri, così da trovare il modo (per la verità segretissimo e sovra-umano) di fonderli col nucleo vivo dello studio e della preghiera: ingravidare grazie all’intuizione intellettuale proficue letture, superando la scissione proveniente dalle spinte avverse della concupiscienza e del peccato. In verità il dolore spinge a riflessioni ben più temerarie e ardite di quanto si riesca a teorizzare nello stato di quiete apparente:
<< Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto, che sottile ormai mi teneva, ma pure mi teneva, Tu, Signore, non mi davi tregua nel segreto >>. [1]
(Agostino)
Già, la quiete apparente, mentre l’uomo è perennemente in bilico tra la vita e la morte, la rinascita e la disgrazia, la grazia ed il peccato. Ma questa è storia di tutti i giorni, di tutti i libri e di tutte le teologie. Ciò che, invece, resta concepibile solo a misura della propria consapevolezza, è la fornace ardente entro la quale si cade facendo esperienza del peccato, là dove saltano i punti di riferimento e cadono le finzioni.
Tutto si ferma, per un istante interminabile: l’anima precipita, il pensiero s’arrende, l’occhio guarda senza più trasmettere immagini. Muto, vitreo, inerme, si trascina lontano dal libro della Vita e dal Vangelo dell’anima, sperimentando l’inaccessibile segreto del vuoto.
<< A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?” >> [2]
(Agostino)
Chi non si congeda dalle tentazioni che, puntualmente, attentano alla vigilanza del cuore, pena in proporzione alle sue elucubrazioni attorno al bene. Direte voi: come si può essere prudenti, temperanti, continenti, umili, sottomessi a Cristo per l’intero arco della giornata, ovvero capitolare vorticosamente nel giro di pochi minuti, sotto i dardi infuocati dell’insonne Avversario?
L’esperienza della contrizione interiore generata dal peccato è ciò che di più intimo, abissale e viscerale l’uomo possa sperimentare nel corso della propria esistenza. La sofferenza è indicibile, il dolore dilaniante: il tempo non restituirà mai ciò che l’uomo sottrae volontariamente alla propria elezione. La frattura generata dal peccato è una gigantesca, incontrovertibile perdita di tempo. Ivi si comprende la banalità, l’infantile meschinità degli appetiti umani, per cui ci si infervora e ci si scalda, raccattando fantasie perverse dalla memoria, amplificando in tal modo sollazzi e godimenti.
Dissimulare il vuoto: si può? La strada è una soltanto: c’è chi la nega, chi la mistifica, chi la millanta, chi la misconosce, chi la ignora, chi la odia e chi la ama; chi vi arriva da destra, chi da sinistra, chi dal nord e chi dal sud, ma la via è sempre quella e l’ Avversario vuole precluderla a tutti i costi, prima con l’illusione di alterarne il télos moltiplicando le direzioni nello spazio; poi ingenerando la convinzione che, in fondo, siamo noi a chiamare in causa l’ Altissimo, e non viceversa, ogni qual volta i nostri stati d’animo oscillano fra ansia e pentimento, fra gioia e tormento. Siamo ancora noi che chiamiamo, che invochiamo: siamo sempre noi che ci rifiutiamo sistematicamente di rispondere e di servire.
In conclusione, cari amici, siamo ad un bivio: servire o non servire il Cristo ritornante. Tutta la vita spirituale dipende essenzialmente da un sì e da un no. Ma in ballo ci sono le sorti del Cosmo: non si può scherzare coi propri peccati, riconducendoli solo ed esclusivamente alla sfera individuale (altro retaggio del vivere secondo la carne), privata e personale. Solo il Cristo può raddrizzare il Cosmo. Noi razza perversa di Caino, per mezzo dei Suoi divini iniziatori, mistagoghi e sacerdoti, possiamo farci Anima Mundi in attesa della Fine ormai imminente.
Petrus
P.S.: pregate sempre per l’anima di chi legge e di chi scrive …
[1] << Sic aegrotabam et excruciabar accusans memet ipsum solito acerbius nimis ac voluens et versans me in vinculo meo, donec abrumperetur totum, quo iam exiguo tenebar. Sed tenebar tamen. Et instabas tu in occultis meis, Domine … >> (Conf. Libro VIII, cap. II)
[2] << Retinebant nugae nugarum et vanitates vanitantium, antiquae amicae meae et succutiebant vestem meam carneam et submurmurabant: dimittisne nos? >> (ibidem).
Benedetto XVI
L’inquinamento del cuore e dello spirito
Omelia di Pentecoste
31-5-‘09
Cari fratelli e sorelle!
Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, “forme” specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: “Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo” (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del “dono di Dio” ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.
Dio vuole continuare a donare questo “fuoco” ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito “soffia dove vuole” (cfr Gv 3,8). C’è però una “via normale” che Dio stesso ha scelto per “gettare il fuoco sulla terra”: questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. “Ricevete lo Spirito Santo” – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: “soffiò” su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Questo “luogo” è il Cenacolo, la “stanza al piano superiore” dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la “sede” della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.
Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno “affannata” per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola “pentecoste”, che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle “Messe” composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.
Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come “vento impetuoso”, e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!
L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il “fuoco” – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il “fuoco” e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.
Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello “spirito di Dio che aleggiava sulle acque” (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha “portato sulla terra” non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che “rinnova la faccia della terra” purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo “fuoco” puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.
Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.
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9/1/2009 - L'allarme della Nasa “Una tempesta solare ci spegnerà”
Nel 2012 minaccia di ripetersi il potente fenomeno magnetico che nel 1859 mandò in tilt le telecomunicazioni: dall'elettricità al telefono ai sistemi di sicurezza, sono a rischio blackout tutti i servizi essenziali
A CURA DI EMANUELA LOCCI
La notizia è di quelle che faranno tremare, in primo luogo, i rappresentanti duri e puri della generazione “always on”: quelli sempre connessi, via web - ovviamente wireless -, via cellulare, via bluetooth, via satellitare. Ma le conseguenze dell’allarmante scenario dipinto dalla Nasa per il 2012 minacciano, in realtà, la vita quotidiana di tutti e, addirittura, la sicurezza nazionale di qualsiasi paese dotato anche di un minimo sistema di telecomunicazioni: fra tre anni, infatti, potrebbe ripetersi l’intensa tempesta solare che nel 1859 “spense” completamente le tecnologie di comunicazione negli Stati Uniti e in Europa. Ma se 150 anni fa ad andare in tilt furono “soltanto” le reti del telegrafo, in un mondo in cui le telecomunicazioni sono base fondante di innumerevoli attività, “una replica attuale di quell’evento potrebbe causare una devastazione economica e sociale significativamente più ampia e potenzialmente catastrofica”, affermano i ricercatori dell’Accademia nazionale delle scienze, che hanno condotto lo studio commissionato dall’ente spaziale americano. La colpa è della cosiddetta “fase attiva”, che il Sole attraversa ogni 11 anni: durante questo particolare periodo, la nostra stella può generare tempeste magnetiche più o meno potenti, capaci, a seconda della minore o maggior intensità, di mettere fuori uso i satelliti, di minacciare la sicurezza degli astronauti o addirittura, in casi eccezionali come quello previsto per il 2012, di distruggere i sistemi di telecomunicazione e quelli di distribuzione dell’energia. Quando uno di questi sistemi salta, le conseguenze a cascata sono rapide e gravi: “L’impatto della tempesta potrebbe ricadere su strutture interconnesse, con effetti devastanti: la distribuzione dell’acqua potabile in tilt in poche ore, cibi e medicine deperibili persi nel giro di 12-24 ore, interruzione immediata o potenziale del riscaldamento o del condizionamento dell’aria, dello smaltimento delle acque nere, dei servizi telefonici, dei trasporti, dei rifornimenti di carburante e così via”, prevede la Nasa. Ma quel che è peggio, scrive l’équipe diretta da Daniel Baker, direttore del Laboratorio di fisica atmosferica e spaziale dell’Università del Colorado, è che “i servizi d’emergenza potrebbero essere interrotti e il controllo sul paese completamente perso”: l’unico modo di evitare che questo avvenga è cercare di arrivare preparati all’appuntamento con questa “Katrina spaziale”, studiando in modo ancor più approfondito le tempeste magnetiche e intervenendo per rafforzare le difese delle tecnologie più delicate. “Un fallimento catastrofico delle infrastrutture commerciali e governative, nello spazio e sulla Terra, può essere mitigato incrementando la preparazione della gente su questi temi, rafforzando le strutture vulnerabili e sviluppando sistemi avanzati pre la previsione delle tempeste”, conclude la ricerca, “Senza azioni o piani di prevenzione, l’accresciuta dipendenza da tecnologie avanzate, ma sensibili ai fenomeni spaziali potrebbe rendere la nostra società molto vulnerabile in futuro”. |