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L’eco di Proclo
Riassunto da
Commento alla Repubblica di Platone
pp. 86 - 87
<< Che dunque sia vero il fatto che l’anima umana per la separazione dalla vita autentica e per la caduta fino al grado più basso è discesa dall’attività universale a quella più parziale, ciascuno ne è consapevole. L’attività universale, infatti, la rendeva cosmica, in quanto l’anima, mentre guardava come a cosa di poco conto il divenire, contemplava l’ universo e governava insieme agli dèi il ‘Tutto’, dalla prospettiva da cui anche il corifeo di questo nostro mondo [1] osserva la terra come cosa di poco conto, abituato com’è a guadare all’ universo. L’ attività parziale, invece, è diventata per l’anima una discesa verso questa forma di esistenza, un’anima condotta dall’universo e dal ‘Tutto’ verso ciò che è più particolare: dalla dimensione cosmica in conformità della quale essa precedentemente viveva sceglie di passare a quella propria dell’essere vivente mortale; poi da questa passa ad un’altra più particolare, quella umana, preferendola al darsi pensiero dell’intero essere vivente mortale inteso come unità; da qui poi discesa, fissa la propria esistenza conformandola ad una determinata forma di vita umana, per esempio quella di un filosofo, e così abbandona la dimensione complessiva dell’uomo; da qui ancora discesa, si è poi vestita della vita in tale determinato clima, in tale determinata città ed in tale determinata stirpe, e così, appunto, è diventata particolare invece di universale; poi dalla caduta in questa condizione ha ottenuto, per il resto, ulteriori qualità, le une derivanti da cause contigue, come genitori e discendenze, le altre dall’ambiente e dalla sua natura specifica, altre, infine dalle condizioni di vita proprie dei luoghi in cui è stata posta quando ha fatto la sua estrema caduta.
Infatti in conseguenza di questi eventi la natura dell’anima, divisasi nella sua essenza in parti, ha ristretto il proprio ambito di competenza nelle differenti tecniche, conoscenze ed occupazioni, ed una è portata per natura a certe attività, un’altra ad altre, e neppure a queste nel loro complesso, in quanto ha ripartito in base alle proprie facoltà le varie forme di vita corrispondenti a questi ambiti di competenza [2] >>.
Insomma, amici carissimi, urge recuperare una dimensione verticale, cosmo – teandrica. La vera Filosofia procede dalla divina Sapienza e a questa fa il suo ritorno.
Petrus
[1] Il corifeo è il sole. Kroll rinvia a Repubblica 509 d ove si afferma che vi sono due soli: l’uno domina sulla dimensione dell’ Intelligibile, l’altro su quella del visibile.
[2] Al divenire sempre più particolare dell’anima corrisponde un differenziarsi delle sue specifiche capacità in rapporto alle singole parti che la compongono.
La Fede
Recognosce igitur quae sit summa convenientia: noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas: et si tuam naturam mutabilem inveneris, transcende et te ipsum. [1]
S.Agostino
Nel complesso siamo uomini di poca fede. Raramente ci assistono dibattiti sulla preghiera e la meditazione. Non siamo ancora in grado di penetrare il mistero: la trasmutazione dell’uomo in Cristo.
La vita è grave: il suo corollario di distrazioni professionali, sociali, atmosferiche ed ambientali riduce la soglia della vigile attenzione. Poi l’errore, l’inganno, lo scoramento, l’orgoglio e la tentazione. È il parto doloroso dell’anima. I più s’innamorano di se stessi con letture, cogitazioni, riferimenti ed ispirazioni. Pochi, pochissimi, s’abbandonano al Padre celeste. L’abbandono filiale è mistero autentico, reso ancor più ostico dalla cultura imperante del sospetto. Non l’astuzia del serpente, bensì l’opportunismo eretico delle volpi caratterizza il nostro volere.
La teoria non tradisce la prassi e ci si sforza di guardare perché s’ha paura di vedere. Invero noi sappiamo molte più cose di quante riusciamo a metterne in pratica. Il mondo è più forte dell’uomo, ma la grazia è più forte di entrambi. Ci rivolgiamo più alacremente ai libri che a Dio, al consiglio dei fratelli piuttosto che all’orazione mentale. Perché? Perché non sappiamo pregare, non sappiamo dosare, misurare, raccogliere l’energia per sposarla al silenzio dei Misteri. Abbiamo fretta di raccontare e di raccontarci, di produrre e riprodurci, ricreare cioè l’immagine di noi stessi negli altri, a conforto del male che, bene lo sappiamo, può recidere in un sol colpo i nostri legami con il Sacro.
L’umana fragilità è commovente, disarmante, appassionata e lacerante. La Fede è il suo vincastro sovrannaturale. Nel Medioevo poteva accadere che un uomo si convertisse all’ascolto delle Scritture, durante la messa. Ora, le Scritture erano, sono e saranno, ma si è perso l’ ascolto. Così la mente diviene un guazzabuglio di nozioni, terminologie, contrazioni e passioni, ma corre il rischio di allontanarsi dall’ hic et nunc eucaristico, perfezione del Creato.
Cosa vogliamo dire? Vogliamo dire che abbiamo smarrito Dio nei meandri d’ una volontà che non è ancora spiritualizzata, e fatica a fidarsi di Lui. Vaghiamo nelle tenebre dell’ignoranza perché fluttiamo nel calderone irrazionale della diffidenza, umano troppo umano per schiudersi al maestoso abbraccio della Divinità. Passeranno i Cieli e passerà la Terra (la Tradizione Universale, ascendente e discendente) ma la sua Parola (Logos e Telos) non passerà. Per non addormentarsi nel Getsemani, all’ora prossima dell’ Avvento, occorrerà destarsi alla pratica dell’orazione perpetua.
Torniamo a fidarci di Dio:
Religet ergo nos religio uni onnipotenti Deo: quia inter mentem nostram qua illum intelligimus Patrem, et Veritatem, id est, lucem interiorem per quam illum intelligimus, nulla interposita creatura est. [2]
S.Agostino
Petrus
[1] Riconosci dunque quale è la suprema armonia: non uscire fuori di te, rientra in te stesso, la verità abita nel profondo dell’uomo; e se troverai che la tua natura è mutevole, trascendi anche te stesso. (De vera religione, XXXIX).
[2] Ci leghi dunque la religione all’unico onnipotente Dio, giacché nessuna creatura è interposta tra la nostra mente, con la quale lo conosciamo come Padre, e la verità, ovvero la luce interiore per la quale lo conosciamo. (ibidem).
Clemente d’Alessandria
Stromati
Poiché la tradizione non è oggetto di pubblica divulgazione, almeno per chi si sia accorto della maestà del Logos, bisogna tener nascosta la sapienza esposta nel mistero (1 Cor. 2,7), che il Figlio di Dio ci insegnò. E già il profeta Elia ha la lingua santificata col fuoco (Is 6, 6-7), si da poter rivelare la visione: a noi conviene santificare non solo la lingua, ma anche le orecchie, e davvero cerchiamo di essere partecipi della verità. Proprio questo mi era di ostacolo a scrivere, e sono tuttora perplesso, ch’io non abbia, come dice il Signore, a gettare le perle davanti ai porci, perché non le calpestino con i piedi e non ci si rivoltino contro e ci sbranino (Mt 7,6). Cioè: è grave mostrare le purissime e splendenti dottrine intorno alla luce della verità ad ascoltatori “porcini” e senza educazione: poiché per lo più esistono agli occhi della massa discorsi più ridicoli di questi, mentre poi non ve ne sono di più ammirabili e di più ispirati per le nature nobili (Plat. Epist. 2 314a).
L’uomo psichico non accoglie le cose dello Spirito di Dio, perché ai suoi occhi sono follia. Ma i saggi non divulgano con la loro bocca quello di cui discutono in consiglio. Vero è che il Signore dice: Quello che udite col vostro orecchio annunciatelo sopra i tetti (Mt 10,27): egli ci comanda di accogliere, interpretate in forma elevata ed eccellente, le tradizioni segrete della vera “gnosi” e, come le abbiamo udite con il nostro orecchio, così ritrasmetterle a chi di dovere; ma ci raccomanda pure di non propalare a tutti senza riserve ciò che ci è stato detto in parabole.
Stromati I/12
pp. 119-120
Ora io chiamo filosofia non quella stoica o quella platonica o quella epicurea o aristotelica, ma tutto ciò che in ciascuna di queste dottrine è detto bene e insegna la giustiza con pia sapienza, tutto questo complesso eclettico io chiamo filosofia. Ma quello che i filosofi adulterarono con intrusione di ragionamenti umani, io non lo dirò mai cosa divina.
Stromati I/7
p. 103
Amici,
abbiamo scelto questi due passi perché rendono appieno metodi, orientamenti e fini della Tradizione. Buona meditazione.
Petrus