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Aristotele
Etica nicomachea
1177 b – 1178 b
La felicità promana dalla Contemplazione.
Se l’intelletto è cosa divina rispetto all’essere umano, anche la vita secondo l’intelletto sarà divina rispetto alla vita umana. Non si deve, essendo uomini, limitarsi a pensare cose umane né essendo mortali pensare solo a cose mortali, come dicono i consigli tradizionali, ma rendersi immortali fin quanto è possibile e fare di tutto per vivere secondo la parte migliore che è in noi. Anche se è di peso minuscolo, per potere e per onore essa supera di gran lunga tutto il resto.
E si potrebbe ritenere anche che ognuno di noi è questo elemento, dato che è il principale e il migliore; quindi si avrebbe un assurdo, se uno non scegliesse il suo proprio modo di vivere, ma quello di un altro. […] Ciò che a ciascuno è appropriato per natura è per lui la cosa più importante e piacevole, e quindi per l’uomo lo è la vita secondo l’intelletto, dato che questo è, principalmente, l’uomo. E questa vita sarà, per conseguenza, la più felice.
La vita secondo la specie di virtù rimanente è felice in secondo grado, dato che le attività secondo questa sono tipiche dell’uomo. Noi compiamo nei nostri rapporti reciproci le azioni giuste e coraggiose e le altre che si compiono secondo le virtù, nelle transazioni, nei rapporti sociali utili e nelle azioni di ogni specie, come pure nelle passioni, e osserviamo ciò che si adatta a ciascuno: è evidente che tutte queste cose sono tipiche dell’uomo. Si ritiene anche che alcune azioni derivino dal corpo, e che la virtù del carattere in molti aspetti sia strettamente connessa con le passioni.
E si uniscono, sia la saggezza con la virtù del carattere, sia questa con la saggezza, poiché i princìpi della saggezza sono secondo le virtù morali, e la correttezza delle virtù del carattere è secondo la saggezza; essendo connesse le virtù anche con alle passioni, verranno a riguardare il complesso di anima e corpo, ma le virtù del complesso sono tipicamente umane, e quindi anche la vita secondo tali virtù, e la stessa felicità.
Invece la virtù dell’intelletto è separata. […] Essa parrebbe aver bisogno dell’equipaggiamento dei beni esterni in misura minima, o comunque minore di quella necessaria per la virtù etica, dato che hanno bisogno delle cose necessarie entrambe, e nella stessa misura, anche se il politico si dà maggiormente da fare riguardo al corpo, eccetera: ciò non fa molta differenza ma, rispetto alle attività, la differenza è grande. Infatti il generoso avrà bisogno di ricchezze in relazione al compiere le azioni generose, e quindi anche il giusto ne avrà bisogno, per rendere il dovuto – le intenzioni infatti rimangono oscure, e anche chi non è giusto fa finta di voler agire giustamente – e il coraggioso della forza, se deve compiere qualche azione virtuosa, è il temperante di agio, altrimenti come potrà costui, o qualcuno degli altri, rendere evidente la sua virtù?
Si dubita se la cosa più importante della virtù sia la scelta o le azioni, e si ritiene che essa consista in tutte e due le cose; è chiaro che il tutto consiste in entrambe le cose, ma per le azioni si avrà bisogno di molti strumenti, e tanto più quanto più le azioni saranno grandi e belle. Invece per chi contempla non ci sarà bisogno di niente di simile per agire, ma, per dir così, essi sono addirittura di impedimento al contemplare; ma in quanto è uomo, e vive con gli altri, costui sceglie di agire secondo le varie virtù, e quindi avrà bisogno di cose del genere, riguardo al suo vivere da uomo.
Che la felicità perfetta sia una certa attività teoretica, apparirà chiaro anche da quanto segue. Noi ammettiamo che gli dèi siano più di tutti beati e felici: e quali azioni si devono attribuire loro? Forse le azioni giuste? E non sembrerà ridicolo che facciano contratti, restituiscano depositi e così via? O quelle coraggiose? Affrontare con fermezza le situazioni paurose e i pericoli perché ciò è bello? O quelle liberali? E a chi doneranno? Sarebbe assurdo che essi avessero denaro o cose simili. E i loro atti di moderazione cosa mai potrebbero essere? O forse non è rozzo l’elogio, dato che non hanno desideri bassi? A coloro che passano in rassegna tutto ciò, quello che riguarda le azioni apparirà chiaramente piccino e indegno degli dèi. D’altra parte tutti ammettono che essi vivono e quindi sono in attività, poiché certo non dormono come Endimione. Allora, quando alla vita si sia sottratto l’agire, e ancora di più il produrre, che cosa rimane se non la contemplazione? Di modo che l’attività degli dèi, che spicca per beatitudine, verrà a essere un’attività contemplativa, e quindi tra le attività umane quella più vicina a essa sarà la più felice.
[…] E mentre per gli dèi tutta la vita è beata, per gli esseri umani lo è nella misura in cui appartiene a essi una qualche immagine di una simile attività. […] Dunque, quanto si estende la contemplazione, tanto si estende la felicità, e a coloro cui maggiormente appartiene il contemplare, appartiene anche l’essere felici, non per accidente, ma in conseguenza della contemplazione: questa infatti è degna di onore di per sé. Di modo che la felicità verrà a essere un certo tipo di contemplazione.
CORPUS HERMETICUM
Cap. VII
Dove correte, o uomini, ubriachi per aver tracannato puro il vino dell’ignoranza, sì che nemmeno potete sopportarlo, e già lo state vomitando?. Tornate sobri, smettetela! Alzate lo sguardo con gli occhi del cuore, e se non tutti voi potete, lo facciano almeno quelli che possono. Giacché il male dell’ignoranza sommerge tutta la terra e rovina l’anima imprigionata nel corpo, senza lasciarla approdare al porto della salvezza.
Non lasciatevi dunque trascinare dalla forte corrente ma, sfruttando il riflusso, voi che potete approdare al porto della salvezza, gettatevi l’ancora, cercate una guida che vi conduca alle porte della conoscenza, dove si trova luce splendente, pura da ogni tenebra, dove nessuno è ubriaco ma tutti restano sobri, levando lo sguardo con il cuore a colui che vuole essere contemplato. Egli infatti non è udibile,dicibile o visibile con gli occhi, ma con l’intelletto e con il cuore; prima di tutto bisogna che tu laceri da parte a parte la tunica che porti, la veste dell’ignoranza, il sostegno del male, il vincolo della perdizione, il recinto della tenebra, la morte vivente, il cadavere sensibile, la tomba che ti porti dietro, il ladro che abita in casa tua, colui che ti odia per le cose che ama e ti invidia per le cose che odia.
Questo è il nemico che hai indossato come una tunica, che ti strozza e ti trascina verso di sé; ma tu, avendo alzato lo sguardo e contemplato la bellezza della verità e il bene che in essa risiede, non odi il male del nemico e comprendi le macchinazioni ordite contro di te. Egli rende insensibili quegli organi di senso che non appaiono e che non sono ritenuti tali, ingombri di tanta materia e colmi di abominevole voluttà, affinché tu non oda le cose che devi udire e non veda le cose che devi vedere.
Postato da Petrus
Solitudine ontica e segni dei tempi
Incontrarsi, conoscersi, parlarsi in luoghi virtuali. Plasmarsi e reiventarsi, per scegliere e farsi scegliere, entrando a far parte di una community, di un gruppo, di un forum. Tutti i tentativi di entrare in relazione con il Cosmo si chiamano, oggi, social networks: scimmiotamento progressivo dei rapporti antropocosmici.
E la solitudine avanza, lenta ed inesorabile.
Essa ha molti nomi ma il suo telos è univoco, intimamente divino: la Vita.
È stata una settimana santa a dir poco terrificante: microcosmi sbriciolati, disintegrati sotto cumuli di macerie.
Presagi d’una Fine imminente.
Restiamo in ascolto: la parabola discendente è oramai palese, manifesta, evidente. Ancora poco e l’ Umanità passerà dal Golgota al Sepolcro vuoto.
Camminiamo nella Luce.
Petrus