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lunedì, 29 giugno 2009

Gerard De Sorval

 

Iniziazione cavalleresca

ed Iniziazione regale nella Spiritualità cristiana

 

pp. 55-57

 

 

La via iniziatica è essenzialmente un ritorno al cento del tempo e dello spazio. Essa consiste, perciò stesso, nell’identificarsi con il nocciolo nascosto, eterno, dell’universo, con il “luogo” originale in cui è contenuta in germe tutta la storia umana, e dove si congiungono, come al loro principio comune, tutte le rivelazioni divine destinate agli uomini. Questo punto centrale, “situato” nel Paradiso terrestre, cioè fuori dei limiti dell’ordinario mondo visibile, e fuori della portata dello svolgimento cronologico, si identifica con il deposito della conoscenza principiale noto con il nome di Tradizione primordiale; alla quale sono preposti come guardiani due immortali, Enoch ed Elia.

 

La coppa del Graal, intagliata nello smeraldo caduto dalla fronte dell’arcangelo Luci-Fero al momento della caduta, secondo alcune leggende, fu “recuperato” nel Paradiso da Seth, terzo figlio di Adamo. Ed esso, per mezzo di una trasmissione segreta, tornò a Gesù, suo discendente, il giorno della Cena. Questa coppa del banchetto pasquale fu pure quella in cui, per la mediazione di San Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, fu raccolto il sangue di Dio sul Calvario. Egli lo affidò a Giuseppe d’Arimatea, “discepolo di Gesù in segreto”, che ugualmente raccolse e seppellì il corpo del Crocifisso. Cosa significa questo ricettacolo sacro? È ciò che contiene la più alta conoscenza che possa comunicarsi agli esseri umani: vedere la presenza manifestata di Dio al centro della Sua creazione, la Sua presenza reale e sostanziale,creatrice e redentrice, nel cuore dell’ universo, nella sua plenitudine di Gloria.

 

Mentre il sacramento eucaristico perpetua ed attualizza questa Presenza di dio nel cuore del fedele, attraverso il tempo e lo spazio, nelle condizioni di questo mondo e nei limiti della sua esistenza individuale, santificando e conducendolo al suo termine beatifico, la coppa del Graal realizza questa Presenza nel cuore di tutto l’intero universo […] . Ciò che l’ Eucarestia è nel microcosmo, il Graal lo è nel macrocosmo: aggiungendo che l’ “attualizzazione divina” che esso opera  non ha luogo solamente in un individuo ma nell’umanità tutta intera. L’ Eucarestia è il frutto di una transustanziazione della materia di questo mondo, destinata a sua volta a “trasmutare” e trasfigurare il comunicante in membro del Corpo di Cristo. Il Santo Vasello, da parte sua, è, per così dire, la sorgente eminente dell’ Eucarestia, poiché è ad un tempo il piatto della Cena sul quale furono proferite le parole dell’ Istituzione, ed il crogiolo che accolse il Prezioso Sangue del Crocifisso, il sangue originale, fluido reale e regale dell’effusione delle energie divine […].  

Conseguentemente non possono aver parte al Graal se non coloro che, già nutriti e santificati dall’ Eucarestia, ne siano stati sufficientemente trasformati nel Cristo e trasfigurati nella Sua Luce per essere capaci di percepire il vertice del suo mistero: quello ove non è un atto ripetuto e commemorato ma l’onnipresenza della comuncazione che Dio opera della Sua Presenza e delle Sue energie all’umanità tutta intera tramite l’unico sacrificio accettabile di Suo Figlio. Per questo, bisogna aver “realizzato la plenitudine del Cristo”, come di San Paolo (Ef. 4,13), vale a dire aver raggiunto la statura regale dell’ Uomo Universale. Giacché solo il simile può conoscere il simile [..]

Di conseguenza la finalità ultima dell’ iniziazione cavalleresca e regale è di compiere la cerca della regalità originale di Adamo rimanifestata sovreminentemente nel Cuore di Cristo, Nuovo Adamo, associandosi a questo lignaggio invisibile, determinato dalla purezza del sangue (purificato dal suo fermento di corruzione) e dalla grazia dell’elezione. A colui che vincerà (il “vincitore” è quello designato nell’ Apocalisse), sarà permesso, attraverso tale catena spirituale, di entrare nei misteri del Regno di Dio in questo mondo, per partecipazione alla regalità messianica dell’ Unto, dell’ Altissimo, dell’ Emmanuel. Perciò occorre non solamente esser “chiamati”, ma anche “eletti”, appartenere cioè al lignaggio scelto di Davide e di Giuseppe d’Arimatea, i quali sono le due chiavi di questa segreta filiazione: Davide, il re sacro dell’ Antica Alleanza, eletto da Dio stesso alla testa di Israele, padre di Salomone, il costruttore del Tempio, ed antenato carnale del Salvatore, il Vero Tempio, e Giuseppe, il discepolo segreto, che raccoglie e mette al sicuro il Corpo e il Sangue del Re dei Giudei. Si tratta non solo di un lignaggio che implica l’equivalente di una catena dinastica di re successivi chiamati a ricoprire la medesima funzione nel corso dei secoli, ma anche di una filiazione spirituale iniziatica con la quale si trasmettono i “segreti del Polo”.

 

 

NdC: impossibile riportare per esteso il seguito del discorso, data la sua lunghezza. Consigliamo la lettura di questo prezioso volume.  

 

Petrus

Postato da: fraterPetrus a 11:32 | link | commenti (9)

mercoledì, 10 giugno 2009

  P. Danilo Scomparin

 

Omelìa sulla SS. Trinità

7-6-‘09

 

La solennità della SS.Trinità è il prolungamento della festa di Pentecoste. Noi cristiani, mediante il battesimo, la cresima e l’eucaristia (riti/misteri/sacramenti dell'iniziazione cristiana), siamo divenuti abitazione dello Spirito Santo, figli del Padre; ora dobbiamo applicarci a vivere uniti a Gesù Cristo, modellandoci al suo esempio, e amandoci come fratelli.

Festeggiare la SS.Trinità è anzitutto richiamare alla nostra mente la definizione imparata nel catechismo: “Il mistero di un solo Dio in tre persone uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo”; è il mistero fondamentale della nostra fede, nel quale noi dobbiamo integrarci, inserirci, come il bambino nel seno della famiglia, per attingervi luce, conoscenza, fede, speranza, carità, vita e gioia.

Ci possiamo chiedere come mai la Chiesa proponga ai fedeli l’iniziazione ai supremi misteri della Divinità durante l’estate. Perché essi sono come il Sole che illumina le nostre tenebre interiori e mette in fuga ogni pensiero negativo o malvagio. Per raggiungere tale suprema conoscenza (epi-gnosis) occorre salire sul monte come Gesù invitò i suoi discepoli. Occorre dunque lasciare la terra, cioè la materia, ed il mare, cioè i pensieri inutili, e salire in montagna cioè usare l’intelligenza, l’intelletto ed il fiore dell’intelletto che è la parte più alta della nostra anima. (Vedi la lezione di S.Caterina sul "fiore dell'intelletto" e su come farlo sbocciare).

La prima lettura (Dt 4, 32-34. 39-40) ci presenta il mistero dell’unità di Dio. Mosè ricorda al popolo ebraico ciò che ha ricevuto da Dio nel corso della sua storia, benefici di ogni genere, e che perciò deve corrispondere alla generosità divina con una fedeltà a tutta prova.

Il libro del Deuteronomio, cui appartiene questo brano, è stato scritto ai tempi dell’esilio babilonese: il richiamo alla scelta fatta da Dio e ai prodigi di cui i loro antenati avevano beneficato, era tale da mantenere nel cuore dei deportati il coraggio e la fiducia.

Nel pensiero dello scrittore sacro, questo ricordo doveva soprattutto aiutarli a restare fedeli a Dio, all’unico Dio, anche in un paese straniero, nell’osservanza scrupolosa dei suoi comandamenti.

Gli uomini d’oggi non sono forse tentati di abbandonare la loro fede in un Dio unico, vivo e vero, e rivolgersi a culti idolatri, come il mito della scienza, della potenza, dell’oro, del piacere?

Il salmo responsoriale (Sal 32) è un canto alla grandezza di Dio. Questo salmo è un invito a lodare Dio per la sua opera di amore: la creazione dell’universo, i suoi interventi nella storia dei popoli, la sua provvidenza in ogni momento. Non esitiamo a porre in lui la nostra speranza. Ripetiamo spesso: Beato il popolo che appartiene al Signore.

La seconda lettura (Rm 8, 14-17) ci presenta il tema della nostra figliolanza divina: in Cristo siamo divenuti figli di Dio.

Il capitolo ottavo della Lettera ai Romani, dalla quale è tratta questa lettura, ricorda un dato essenziale della vita cristiana: che cioè lo Spirito Santo che abita nell’anima del battezzato, fa di lui un vero figlio di Dio, a immagine di Gesù Cristo.

L’adozione divina, realizzata dall’azione dello Spirito, va molto più lontano dell’adozione umana: essa fa partecipare il battezzato alla vita stessa di Dio, essa costituisce una nuova nascita.

Da quel momento essa crea in lui una mentalità di figlio; non più paura né ansietà, ma una tenerezza e una fiducia che gli danno l’ardire di parlare a Dio come il figlio al padre suo.

Se vogliamo vivere nella sua pienezza questo spirito filiale, dobbiamo necessariamente modellarci su Gesù Cristo stesso, sempre aiutati dalla grazia dello Spirito Santo.

Il Vangelo (Mt 28, 16-20) ci presenta l’invio degli apostoli in missione. Questo testo, usato nella liturgia per la solennità della SS.Trinità, è il brano conclusivo del vangelo di San Matteo. Il Cristo affida ai suoi apostoli, la missione di andare in tutto il mondo e fare di tutti gli uomini i suoi discepoli, insegnando loro la sua dottrina e battezzandoli nel nome della SS.Trinità. è ovvio che dicendo Battesimo, si intendano i sette sacramenti della Chiesa.

Come si diventa discepoli di Cristo? Con la fede, e la conoscenza, che è l’adesione totale dello spirito e del cuore alla sua divina persona: solo questa fede, e conoscenza, stabilisce una comunione vivente con lui. ("Credo "= "cor do" = ti dono il mio cuore; vedi: il rito della pesatura del Cuore nell'Egitto arcaico).

è nel battesimo che questa adesione riceve la sua consacrazione. (Consacrazione battesimale: discesa di un nuovo livello animico). Il Battesimo introduce direttamente nel mistero della SS. Trinità: ci innalza alla dignità di figli di Dio, di fratelli di Cristo, di Tempio dello Spirito Santo.

Chi non intravede in questa prospettiva la missione affidata ai cristiani? Quella di essere l’anima del mondo, e si badi che non c’è nessun altra "Anima Mundi", siamo noi l’Anima del Mondo, quando inspiriamo in esso la vita stessa della SS.Trinità.

Come fedeli riuniti oggi nelle chiese per celebrare la festa della SS.Trinità, non possiamo ignorare la bellezza, lo splendore e la fecondità di questo mistero, non possiamo averne soltanto un’idea vaga.

È il mistero fondamentale della nostra fede. Senza di esso non ci sarebbe il cristianesimo, senza di esso le altre religioni e tutte le nostre devozioni diventerebbero superstizioni.

La conoscenza del mistero della SS. Trinità (Mono-Triade), e la nostra adesione ad esso, ci permette di penetrare più a fondo nel segreto della vita intima di Dio, nell’intimità del Padre (come Cam, figlio di Noè, che osò scrutare le intimità del Padre celeste…). Ci rivela che questo grande Dio, creatore dell’universo – il Dio uno della Bibbia – non è un Dio solitario, ma che è trino, che sono tre persone che condividono la stessa divinità.

Tra di esse regna l’unità più stretta, la più perfetta che possa esistere. Ed è un legame di conoscenza e di amore reciproci, che crea tra le tre persone delle relazioni, delle quali i rapporti esistenti tra i membri di una famiglia danno solo una pallida idea.

Il mistero della SS.Trinità ci permette di intravedere, se pur molto di lontano, il disegno d’amore di Dio, nei confronti dell’uomo: e cioè di integrarlo in seno alla sua famiglia, in modo tale che possa essere:

in primo luogo figlio del Padre: col battesimo, l’uomo parteciperà veramente alla sua vita divina;

in secondo luogo, fratello di Cristo: sul cui esempio dovrà modellare la sua vita, per essere degno della vocazione di figlio di Dio;

e così sotto la mozione dello Spirito Santo: da esso illuminato e guidato, (i doni dello Spirito santo non sono una vana parola) – l’uomo imparerà a vivere nell’amore, l’amore del Padre suo celeste e l’amore verso i fratelli qui in terra.

 La solennità della SS.Trinità ci permette di approfondire l’insondabile mistero dell’amore di Dio per gli uomini. Non ha forse Dio voluto introdurre gli uomini nella sua famiglia? Coscienti di questa tenerezza di Dio per noi, rivolgiamogli la nostra preghiera, sicuri di essere esauditi, qui ed ora:

Signore, col battesimo noi apparteniamo alla tua famiglia divina, alla Chiesa, al Corpo mistico, al popolo eletto. (regale-sacerdotale-profetico), alla Nazione santa, alla Stirpe divina. Aiutaci a vivere della tua vita, affinché, lungi dall’essere di ostacolo al messaggio di amore proclamato dal tuo Figlio nel vangelo, noi contribuiamo a rendere gli uomini tuoi figli.

Con la luminosità della nostra fede e la nostra apertura di cuore e di mente verso i fratelli, cerchiamo di essere, sempre più e sempre meglio,  messaggeri dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

 

 

 

Postato da: fraterPetrus a 09:33 | link | commenti (3)

lunedì, 08 giugno 2009

Sul peccare e sul patìre

 

 

Ormai invalsa vige l’abitudine di aggrapparsi alla cima dei propri pensieri, così da trovare il modo (per la verità segretissimo e sovra-umano) di fonderli col nucleo vivo dello studio e della preghiera: ingravidare grazie all’intuizione intellettuale proficue letture, superando la scissione proveniente dalle spinte avverse della concupiscienza e del peccato. In verità il dolore spinge a riflessioni ben più temerarie e ardite di quanto si riesca a teorizzare nello stato di quiete apparente:

 

<< Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto, che sottile ormai mi teneva, ma pure mi teneva, Tu, Signore, non mi davi tregua nel segreto >>.  [1]

(Agostino)

 

Già, la quiete apparente, mentre l’uomo è perennemente in bilico tra la vita e la morte, la rinascita e la disgrazia, la grazia ed il peccato. Ma questa è storia di tutti i giorni, di tutti i libri e di tutte le teologie. Ciò che, invece, resta concepibile solo a misura della propria consapevolezza, è la fornace ardente entro la quale si cade facendo esperienza del peccato, là dove saltano i punti di riferimento e cadono le finzioni.

Tutto si ferma, per un istante interminabile: l’anima precipita, il pensiero s’arrende, l’occhio guarda senza più trasmettere immagini. Muto, vitreo, inerme, si trascina lontano dal libro della Vita e dal Vangelo dell’anima, sperimentando l’inaccessibile segreto del vuoto.

 

<< A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?”  >> [2]

 

(Agostino)

 

Chi non si congeda dalle tentazioni che, puntualmente, attentano alla vigilanza del cuore, pena in proporzione alle sue elucubrazioni attorno al bene. Direte voi: come si può essere prudenti, temperanti, continenti, umili, sottomessi a Cristo per l’intero arco della giornata, ovvero capitolare vorticosamente nel giro di pochi minuti, sotto i dardi infuocati dell’insonne Avversario?

L’esperienza della contrizione interiore generata dal peccato è ciò che di più intimo, abissale e viscerale l’uomo possa sperimentare nel corso della propria esistenza. La sofferenza è indicibile, il dolore dilaniante: il tempo non restituirà mai ciò che l’uomo sottrae volontariamente alla propria elezione. La frattura generata dal peccato è una gigantesca, incontrovertibile perdita di tempo. Ivi si comprende la banalità, l’infantile meschinità degli appetiti umani, per cui ci si infervora e ci si scalda, raccattando fantasie perverse dalla memoria, amplificando in tal modo sollazzi e godimenti.

Dissimulare il vuoto: si può? La strada è una soltanto: c’è chi la nega, chi la mistifica, chi la millanta, chi la misconosce, chi la ignora, chi la odia e chi la ama; chi vi arriva da destra, chi da sinistra, chi dal nord e chi dal sud, ma la via è sempre quella e l’ Avversario vuole precluderla a tutti i costi, prima con l’illusione di alterarne il télos moltiplicando le direzioni nello spazio; poi ingenerando la convinzione che, in fondo, siamo noi a chiamare in causa l’ Altissimo, e non viceversa, ogni qual volta i nostri stati d’animo oscillano fra ansia e pentimento, fra gioia e tormento. Siamo ancora noi che chiamiamo, che invochiamo: siamo sempre noi che ci rifiutiamo sistematicamente di rispondere e di servire. 

In conclusione, cari amici, siamo ad un bivio: servire o non servire il Cristo ritornante. Tutta la vita spirituale dipende essenzialmente da un e da un no. Ma in ballo ci sono le sorti del Cosmo: non si può scherzare coi propri peccati, riconducendoli solo ed esclusivamente alla sfera individuale (altro retaggio del vivere secondo la carne), privata e personale. Solo il Cristo può raddrizzare il Cosmo. Noi razza perversa di Caino, per mezzo dei Suoi divini iniziatori, mistagoghi e sacerdoti, possiamo farci Anima Mundi in attesa della Fine ormai imminente.

 

Petrus

 

P.S.: pregate sempre per l’anima di chi legge e di chi scrive …



[1] << Sic aegrotabam et excruciabar accusans memet ipsum solito acerbius nimis ac voluens et versans me in vinculo meo, donec abrumperetur totum, quo iam exiguo tenebar. Sed tenebar tamen. Et instabas tu in occultis meis, Domine … >> (Conf. Libro VIII, cap. II)

[2] << Retinebant nugae nugarum et vanitates vanitantium, antiquae amicae meae et succutiebant vestem meam carneam et submurmurabant: dimittisne nos? >> (ibidem).

Postato da: fraterPetrus a 10:44 | link | commenti (4)