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Il coraggio di essere
Questa scissione, cui si cerca di far fronte razionalizzando la vita, giustificandosi e deresponsabilizzandosi ogni qual volta si raschi pesantemente il fondo, ci rende timorosi e codardi verso Dio e verso il mondo. Così sopravanza l’idolatria, nel tentativo di accordare una falsa immagine del giudizio divino con un’altrettanto falsa concezione di noi stessi: da qui la battaglia spirituale, vale a dire la lotta contro il dragoncello interiore. Siamo come paralizzati da livelli di coscienza che paiono irraggiungibili: ci sentiamo piccoli e fessi innanzi i Guénon, I Burchkardt, gli Agostino, i Tommaso d’Aquino e tutti i mistici cristiani, sufi e indiani, piuttosto che sentirci nient’altro che poveri pellegrini (e quindi realmente uomini), genuflessi al cospetto del Sancta Sanctorum, immersi nella luce sefirotica del Roveto ardente, a contatto col più grande mistero della divinità: l’ Eucaristia.
Come passare tutto il tempo davanti allo specchio: ci scopriamo umili ed angelici dopo la lettura della Filokalia e quella di San Giovanni della Croce, ovvero lordi peccatori dopo viziosi bagordi notturni, i quali sgretolano con spietata efficacia la superbia d’una vanità strisciante. E noi? Noi chi siamo realmente? Siamo forse Schopenhauer, Platone, Plotino, Aristotele e compagnia briscola?
In tal modo saremo sempre vincolati all’immagine che diamo di noi stessi, nel tentativo di procurarci ammirazione, stima, onore e considerazione, incrollabili a dispetto degli uomini, rassicuranti agli occhi di Dio.
Eppure, la libertà è da sempre uno dei più grandi desideri dell’uomo: la Verità ci farà liberi. Però tutta la Verità! Perché è verità anche quella che riguarda i nostri peccati, le nostre debolezze, paure ed insicurezze, e non ci si salva da soli, grazie ad un’accentuata predisposizione per la più alta Metafisica. Piuttosto con la più umile ed amorosa accettazione delle nostre determinazioni creaturali ed inclinazioni naturali, con la speranza che il prossimo, prima di giudicare, si ricordi delle proprie travi e non condanni le altrui pagliuzze.
Badate, benevoli amici, che siamo noi un’autentica Metafisica vivente, che non v’è un Cristo impersonale ed impalpabile che non ci ha ancora resi degni del suo glorioso ritorno. Cristo scende in Terra durante qualsivoglia celebrazione eucaristica :
<< Ora ti preghiamo umilmente: manda il tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo, perché diventino il corpo e il sangue di Gesú Cristo, tuo Figlio e nostro Signore, che ci ha comandato di celebrare questi misteri >>
Ma ci pensiamo? Questo è il Mistero dell’ amore di Dio verso noi poveri comuni mortali! Cristo prende dimora dentro di noi, ontologicamente e fisicamente; non ci trasmuta perché abbiamo letto Ibn-Arabi o Platone o perché ci ha misericordiosamente condonato le gozzoviglie del sabato sera. Egli ci trasforma in virtù della sua Presenza santificante e divinizzante. Penetrare il mistero dell’ Eucaristia vuol dire penetrare l’incommensurabile energia delle nostre anime, sposare Cieli nuovi e Terra nuova, edificare in interiore il tempio dello Spirito.
Opponiamo al farisaismo della Legge (erudizione libresca, moralismo, filosofismo, teologismo) la nostra elezione a popolo regale, sacerdotale e profetico. Non perdiamoci in chiacchiere: troviamo il coraggio di essere, amiamoci per quel poco che siamo e vigiliamo sulla nostra anima. Un’anima umile, è sicuro, opera miracoli insospettabili. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Petrus
