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lunedì, 04 maggio 2009

Senza pretese ….

 

 

Tempi incandescenti.

Tempi roventi.

Forse dovremmo un po’ tutti riscoprire il valore del dono. Un libro, una chiacchierata tra amici, una distesa di verde, l’ombra d’un albero silenzioso, a meditare il tempo. Una preghiera, un volo di gabbiani, il volto d’un uomo sofferente, d’un genitore afflitto, una donna abbagliata dalla luce del sole, un malato oppure un sereno ed umile fedele. Piccole cose, cose semplici, di tutti i giorni, il cui senso riposto è un diuturno insegnare dello Spirito all’anima del discente. Nessuna distinzione categoriale, concettuale, nessuna oppressione mentale, nessuna tensione. Niente sensi di colpa, rimproveri beffardi, ingannevoli sensi, ataviche passioni.

 

Nulla di tutto ciò: soltanto la visione cosciente del dono. Contemplazione pura, a mani giunte oppure a braccia aperte, verso lo sfolgorante fluire delle immagini, dei suoni, i colori, i profumi che attraversano lo sguardo dell’anima e lo inebriano incessantemente.

 

Abbiamo trasformato le nostre menti in appassionati o piuttosto aridissimi campi di battaglia, snervati da eventi contingenti, inficiati delle nostre stesse, limitanti parzialità logiche, sentimentali, intellettuali, sempre accusando la miopia che dagli umori instabili si trasmette al cuore.

 

Eppure, forse, anche prendere coscienza del dono è un dono, una grazia, una gemma di luce contro le tenebre esteriori, l’eterno prodursi della vita dentro gli inconsulti recessi della noia e della solitudine. Un soffio di nature incorporee sulle ali del buon senso, della cordialità, della sincerità e della meraviglia.

 

Non siamo poi così lontani da ciò che cerchiamo, se solo riuscissimo a cercare per l’amore che ci lega all’oggetto della nostra Conoscenza, più che per il piacere che traiamo dal dedicarci a ciò che ci rispecchia maggiormente. Cercare il dono, il “principio imprincipiato per mezzo del quale tutto è stato fatto” (S.Agostino).

 

Com’è possibile, aspirando al Dio Sommo e Altissimo, ricadere nell’appagamento dei propri orizzonti terrestri, siano essi lo studio, la meditazione, la preghiera o qualsivoglia operazione del corpo o dello spirito? Forse che l’uomo, il vir, non è già preghiera viva per Cielo e Terra?

 

È la dimensione del dono ad abbracciare spontaneamente il Bene, senza il pericolo d’oscillazioni incongruenti o contrarie alla dottrina e alla morale. La verità è che bisogna amarsi da peccatori, piuttosto che da futuri, aspiranti perfetti. L’ansia della meta è il primo sentore di ribellione a Dio, perché si tenta con sforzi umani di salire al cielo, senza attendere che Egli discenda, prendendo fissa dimora in noi, dagli Inferi all’ Intelletto, sino al fiore dell’Anima.

 

I confini sono labilissimi e non sempre chi persegue la Giustizia è nel giusto.

 

Parole in libertà, riflessioni da bar, chissà. Non ce ne preoccupiamo affatto. Marciamo uniti a difendere e contemplare la vita del popolo sacerdotale di Cristo. Il resto ci sarà elargito al momento opportuno.

 

 

Petrus

Postato da: fraterPetrus a 12:58 | link | commenti (1)


Commenti
#1    09 Maggio 2009 - 23:18
 
altro che bar fratello...
grazie per le ennesime parole, edificanti e illuminanti

A.
utente anonimo

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