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Sul peccare e sul patìre
Ormai invalsa vige l’abitudine di aggrapparsi alla cima dei propri pensieri, così da trovare il modo (per la verità segretissimo e sovra-umano) di fonderli col nucleo vivo dello studio e della preghiera: ingravidare grazie all’intuizione intellettuale proficue letture, superando la scissione proveniente dalle spinte avverse della concupiscienza e del peccato. In verità il dolore spinge a riflessioni ben più temerarie e ardite di quanto si riesca a teorizzare nello stato di quiete apparente:
<< Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto, che sottile ormai mi teneva, ma pure mi teneva, Tu, Signore, non mi davi tregua nel segreto >>. [1]
(Agostino)
Già, la quiete apparente, mentre l’uomo è perennemente in bilico tra la vita e la morte, la rinascita e la disgrazia, la grazia ed il peccato. Ma questa è storia di tutti i giorni, di tutti i libri e di tutte le teologie. Ciò che, invece, resta concepibile solo a misura della propria consapevolezza, è la fornace ardente entro la quale si cade facendo esperienza del peccato, là dove saltano i punti di riferimento e cadono le finzioni.
Tutto si ferma, per un istante interminabile: l’anima precipita, il pensiero s’arrende, l’occhio guarda senza più trasmettere immagini. Muto, vitreo, inerme, si trascina lontano dal libro della Vita e dal Vangelo dell’anima, sperimentando l’inaccessibile segreto del vuoto.
<< A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?” >> [2]
(Agostino)
Chi non si congeda dalle tentazioni che, puntualmente, attentano alla vigilanza del cuore, pena in proporzione alle sue elucubrazioni attorno al bene. Direte voi: come si può essere prudenti, temperanti, continenti, umili, sottomessi a Cristo per l’intero arco della giornata, ovvero capitolare vorticosamente nel giro di pochi minuti, sotto i dardi infuocati dell’insonne Avversario?
L’esperienza della contrizione interiore generata dal peccato è ciò che di più intimo, abissale e viscerale l’uomo possa sperimentare nel corso della propria esistenza. La sofferenza è indicibile, il dolore dilaniante: il tempo non restituirà mai ciò che l’uomo sottrae volontariamente alla propria elezione. La frattura generata dal peccato è una gigantesca, incontrovertibile perdita di tempo. Ivi si comprende la banalità, l’infantile meschinità degli appetiti umani, per cui ci si infervora e ci si scalda, raccattando fantasie perverse dalla memoria, amplificando in tal modo sollazzi e godimenti.
Dissimulare il vuoto: si può? La strada è una soltanto: c’è chi la nega, chi la mistifica, chi la millanta, chi la misconosce, chi la ignora, chi la odia e chi la ama; chi vi arriva da destra, chi da sinistra, chi dal nord e chi dal sud, ma la via è sempre quella e l’ Avversario vuole precluderla a tutti i costi, prima con l’illusione di alterarne il télos moltiplicando le direzioni nello spazio; poi ingenerando la convinzione che, in fondo, siamo noi a chiamare in causa l’ Altissimo, e non viceversa, ogni qual volta i nostri stati d’animo oscillano fra ansia e pentimento, fra gioia e tormento. Siamo ancora noi che chiamiamo, che invochiamo: siamo sempre noi che ci rifiutiamo sistematicamente di rispondere e di servire.
In conclusione, cari amici, siamo ad un bivio: servire o non servire il Cristo ritornante. Tutta la vita spirituale dipende essenzialmente da un sì e da un no. Ma in ballo ci sono le sorti del Cosmo: non si può scherzare coi propri peccati, riconducendoli solo ed esclusivamente alla sfera individuale (altro retaggio del vivere secondo la carne), privata e personale. Solo il Cristo può raddrizzare il Cosmo. Noi razza perversa di Caino, per mezzo dei Suoi divini iniziatori, mistagoghi e sacerdoti, possiamo farci Anima Mundi in attesa della Fine ormai imminente.
Petrus
P.S.: pregate sempre per l’anima di chi legge e di chi scrive …
[1] << Sic aegrotabam et excruciabar accusans memet ipsum solito acerbius nimis ac voluens et versans me in vinculo meo, donec abrumperetur totum, quo iam exiguo tenebar. Sed tenebar tamen. Et instabas tu in occultis meis, Domine … >> (Conf. Libro VIII, cap. II)
[2] << Retinebant nugae nugarum et vanitates vanitantium, antiquae amicae meae et succutiebant vestem meam carneam et submurmurabant: dimittisne nos? >> (ibidem).
